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05. 08. 2021 09:34

Pedala pedala, qualcosa si muove: i rider puntano al “contratto”

Domani un nuovo tavolo, probabilmente decisivo, tra Just Eat e sindacati: che cosa è cambiato nell’ultimo anno, anche “grazie” ad una pandemia che ha reso il delivery centrale nelle nostre vite

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Davide Contu, rider da quattro anni per tre piattaforme – Just Eat, Deliveroo e occasionalmente Uber Eats -, ha 50 anni e si definisce il «classico» ex lavoratore: «Ero un imprenditore, un commerciante: la mia attività è andata male. Così, solo con i miei debiti e la mia moto, mi sono reinventato». Oggetto del contendere un contratto recentemente firmato da AssoDelivery, prima e unica associazione italiana del comparto.

Dove eravamo rimasti. Ma facciamo un passo indietro: nel novembre 2019 è stata promulgata la legge 128 che stabiliva che ai lavoratori delle piattaforme digitali sarebbero spettate tutte le tutele del lavoro subordinato (pur restando nell’ambito del lavoro da collaboratore): paga su base oraria, tredicesima e quattordicesima, ferie, malattie, TFR, rappresentanza sindacale, sicurezza sul lavoro e quant’altro.

Ma negli scorsi mesi, mentre era in corso la trattativa ufficiale con le diverse rappresentanze sindacali, AssoDelivery firmava un contratto con la sola Ugl – sindacato che, a detta degli attivisti, sarebbe scarsamente rappresentativo dei lavoratori di questo settore – facendo di fatto saltare il tavolo ufficiale. Le condizioni principali di questo contratto sono due: la conferma del pagamento a cottimo per consegna e una tariffa minima di dieci euro lordi all’ora in rapporto al tempo che la piattaforma stima necessario per la consegna.

Questo significa che, se la piattaforma considera come tempo di una consegna quindici minuti, un lavoratore verrà pagato 2,50 euro lordi all’ora. E che, se per altri tre quarti d’ora non arriva un ordine, si rimane a quella cifra. E ancora, se per quell’unica consegna il rider deve fermarsi dieci minuti in più al ristorante in attesa, sempre 2,50 euro lordi avrà.

Contratto collettivo. Entrando sul piano tecnico, questo lavoro verrebbe agganciato al contratto di logistica e trasporti (che già prevede un protocollo rider), pur richiedendo una flessibilità notevole (con rotazione molto forte) e deroghe dai contratti standard.

Non è ancora stato impostato l’impianto tariffario, anche se Just Eat ha già annunciato la quota di 7,50 euro l’ora. La trattativa, insomma, è ancora in corso e proprio domani c’è un nuovo attesissimo tavolo tra Just Eat e i sindacati. Con questi ultimi che hanno espresso una posizione ferma: o ci si aggancia a un contratto collettivo nazionale di lavoro o non se ne fa nulla. Per molti questo giovedì è cruciale. E si pensa, abbastanza ottimisticamente, che si arriverà ad una risoluzione definitiva.

La svolta etica e civica di Just Eat

Nulla è ancora stato formalizzato, come dicevamo, ma l’obiettivo è assumere circa mille rider tra marzo e aprile, per poi estendere nel 2021 il contratto di lavoro subordinato agli altri duemila fattorini di Just Eat in Italia. Anche la quota stabilita – 7,50 euro l’ora – è ancora indicativa.

Verranno dunque introdotti contratti di lavoro subordinato con il modello Scoober già attivo in alcuni Paesi in cui opera il gruppo (12 Paesi, 140 città, 19.000 rider). In alcune città, tra cui Milano, è prevista anche l’apertura di alcuni hub dove i rider potranno ritirare e utilizzare mezzi totalmente sostenibili di Just Eat, come scooter elettrici e e-bike. Just Eat si è mossa per prima, con l’obiettivo (non dichiarato) di smarcarsi da un’immagine di neo-schiavismo e di rimettersi a un livello di sostenibilità ed eticità.

DAVIDE CONTU, rider e sindacalista : «Importante la mossa di Just Eat»

Come nasce il suo percorso di coordinamento?
«Sono con Cgil, precisamente in Nidil – la categoria delle nuove identità di lavoro, ndr -, da settembre e mi sono tesserato offrendo anche la mia militanza. Anzi, ho chiesto di essere messo in campo. L’impegno è notevole, ma mi piace. Gestisco anche la pagina Facebook Info Rider Milano. Promuoviamo azioni su base nazionale e cittadina: volantinaggio, assistenza a rider con account bloccati, permesso di soggiorno e ricongiungimento familiare. I nostri funzionari Cgil scendono in piazza con noi».

rider
Davide Contu

Qual è stata la vostra reazione al contratto fra AssoDelivery e Ugl?
«Questo contratto è stato ufficializzato dal 15 settembre. Da lì sono partite proteste a vario livello fino al 30 ottobre, con una manifestazione nazionale in quasi 25 città. Siamo, dunque, stati invitati dal ministro Catalfo a un nuovo tavolo, fissato per l’11 novembre. In quei giorni Just Eat è uscita da AssoDelivery e ha annunciato l’assunzione dei primi cinquanta rider su Monza a partire da marzo».

Quali sono state le reazioni a questa mossa di Just Eat?
«AssoDelivery è rimasta sottotraccia, Ugl ha spostato il focus della questione dalle condizioni del contratto alla critica della subordinazione che, a loro dire, ci vincolerebbe maggiormente. Da parte di chi reclama diritti e tutele, questa mossa è stata invece vista molto bene. Perché è diventato evidente che un player molto importante ha impostato il suo lavoro sul riconoscimento del lavoratore in quanto tale, scardinando tutta la retorica di AssoDelivery».

Le nuove frontiere del mondo rider: delivery sociale e occhio all’ambiente

Il settore è in crescita clamorosa, complice l’emergenza sanitaria ancora in corso. L’Osservatorio Nazionale per Just Eat ha calcolato che a Milano nel 2020 il numero dei ristoranti che hanno scelto la piattaforma digitale per ampliare il business è aumentato del 57%, per un totale di oltre 1.800 ristoranti partner. E sono aumentati di conseguenza anche i rider, anche se la cifra di ciclo-fattorini attivi su Milano è sconosciuta. I fenomeni di caporalato e dumping salariale sono noti, ma destinati a una progressiva estinzione grazie ad alcune iniziative e alle sentenze dei tribunali.

So.De. Nascerà a Milano il primo delivery sociale, So.De, grazie a un progetto che punta a realizzare la prima piattaforma online dove ordinare a domicilio cibo, libri, una pianta o un prodotto locale garantendo ai rider contratto, formazione ed equipaggiamento adeguati. La realtà, ideata dal cafè bistrot Rob de Matt e dall’associazione culturale Meraki – Desideri Culturali, è visionabile fino al 28 marzo su Produzioni dal Basso (la piattaforma legata al crowdfunding civico del Comune).

L’obiettivo è raccogliere 25.000 euro, il Comune aggiungerà poi altri 37.000 euro. Interesse anche per l’aspetto ambientale: i prodotti saranno consegnati con biciclette e cargo bike e il packaging sarà al 100% riciclabile.

Uber Eats. Dopo l’inchiesta per caporalato aperta dal tribunale di Milano nei confronti di alcuni manager e dipendenti, che avevano portato la Sezione misure di prevenzione del tribunale a disporre il commissariamento della filiale italiana del colosso americano (mai era stato preso un provvedimento simile nei confronti di una piattaforma di delivery), Uber Eats ha annunciato di voler intraprendere un percorso virtuoso di programmazione etica e responsabilità sociale. Il protocollo prevede disponibilità gratuita di DPI (casco, indumenti visibili, indumenti anti-pioggia, supporto impermeabile per smartphone) e corsi gratuiti di formazione. Il prossimo 3 marzoriprenderà il procedimento sulla prosecuzione o meno dell’amministrazione giudiziaria.

Diego Cajelli: «Ho fatto il rider perché ero troppo qualificato»

È diventato virale un suo post durante il lockdown: lo scrittore e fumettista Diego Cajelli ha raccontato – e racconta – una Milano di una «bellezza tragica»

Diego Cajelli è un ciclone di esperienze: scrittore, fumettista, sceneggiatore, comico, docente universitario. Nel pieno di un periodo – quello dell’emergenza sanitaria in corso – complicato per molti, si è messo in sella alla sua moto e ha macinato chilometri. Ora è pronto per altre avventure, ma i suoi racconti online sul periodo da rider resteranno.

rider Diego Cajelli
Diego Cajelli

Quali sono le principali criticità nel lavoro di un rider?
«Di base dipendi dallo smartphone che hai in mano: ordini, indirizzi, nomi sul citofono. Io faccio il rider in motorino e ho connesso il telefono al casco, ma chi si muove in bici è chino sul manubrio. Dobbiamo sempre avere un powerbank per salvaguardare la batteria. E, se piove, tutto diventa più difficile».

Lei ha scritto che la bicicletta diventa quasi un’estensione di sé.
«Sì. E la cosa che più mi ha colpito è che viene legata ad ogni consegna, anche per un solo istante. La paura che venga rubata, anche se si è soli in una via, è tanta: è l’unico mezzo di sostentamento per molti di noi».

Com’è Milano vista anche di notte?
«Amo osservare e descrivere la realtà. Il post coprifuoco è straniante: gli scorci di bellezza tragica che questa città regala sono affascinanti, ma vederla così vuota mi fa solo capire quanto abbiamo bisogno di contatti fisici e psicologici».

Come vede il suo futuro?
«Ho fatto il rider per un breve periodo perché ero, concedetemi l’espressione, con il culo a terra. E l’ho fatto nella città dove sono nato e cresciuto: immaginate cosa vuol dire farlo a migliaia di chilometri di distanza, senza punti di riferimento. A breve concluderò questa esperienza, quindi so di essere un privilegiato».

Il suo post su Facebook è diventato virale.
«Se non avessi fatto quel post e affrontato le mie difficoltà non sarei riuscito a gestire le eventuali proposte che mi sono arrivate. A me fare il rider è servito per fare i conti con me stesso, con le mie valutazioni sbagliate e con i lati del carattere che non funzionavano».

Negli anni è cambiata la percezione delle persone su questo mondo?
«Per quel poco che ho visto io sì, ma solo per chi è già predisposto alla sensibilità. Quello che conta è sempre la psicologia del singolo individuo».

La consegna più bella?
«Ho consegnato due bottiglie di vino bianco a un ragazzo in piacevole compagnia di una ragazza. Era una cena romantica. Era talmente nervoso che non riusciva a darmi il resto: gli cadevano le monete»

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