Alberghi, il coronavirus colpisce. Maurizio Naro: «Danni superiore ad un terremoto»

Il presidente degli albergatori Maurizio Naro chiede interventi per evitare la crisi: «Stiamo lavorando sotto il 10% di occupazione, il settore regge ancora due settimane»

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«E’ come che un terremoto abbia colpito la parte più ricca del paese e la città più dinamica». Con questa metafora Maurizio Naro illustra a Mi-Tomorrow la situazione che sta vivendo la sua categoria in tutta la sua tragicità. Per il presidente di Apam, l’Associazione Albergatori di Milano, Monza-Brianza, Lodi, e proprietario del Four Points By Sheraton Milan Center, i tempi sono strettissimi per evitare il baratro.

 

Alberghi, il coronavirus colpisce: parla Maurizio Naro

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Maurizio Naro

Partiamo con i numeri: qual è la realtà alberghiera di Milano?
«In città ci sono circa 400 alberghi, con 35mila camere e 55mila posti letto».

Com’è la situazione dopo una settimana di coronavirus?
«Stiamo lavorando sotto il 10 per cento di occupazione, meno di 3500 camere sono occupate. Per rendere più chiara questa realtà faccio un esempio personale».

Prego.
«Il mio albergo dispone di 240 camere, ieri erano occupate solo 6».

Sono cifre impressionanti, hanno qualche precedente?
«No, ricordo che dopo l’11 settembre del 2001 sparirono gli americani ma gli europei rimasero: ci fu un calo ma non come sta capitando adesso».

Facciamo un paragone con febbraio 2019.
«L’anno scorso con il Mido e la settimana della moda avevamo 30mila camere occupate su 35mila, siamo arrivati a coprire fino all’85-90 per cento».

Fino al 21 febbraio, quando è stato scoperto il primo caso, come stava andando la stagione?
«Eravamo tutti positivi, facevamo più 1-2 per cento rispetto al 2019. In pochi giorni siamo scesi prima al 50% e poi al 10%: la città si è svuotata, sono spariti non solo i turisti leisure, ma anche quelli business. In un attimo sono stati annullati viaggi d’affari e eventi aziendali: io avevo 130 camere prenotate solo per un evento che è stato cancellato».

Come si fa in questi casi?
«Si devono restituire i soldi anche se si cerca di offrire un’altra data, bisogna essere flessibili. Certo non è facile, in questo momento arrivano solo richieste di cancellazioni, le prime prenotazioni che riceviamo sono per settembre-ottobre».

Qual è il rapporto tra leisure e business?
«Metà arrivano per turismo e metà per lavoro, durante la settimana prevale quello business, nel week end quello leisure».

Sino a pochi anni fa il rapporto era diverso.
«Sì, eravamo 80 a 20 a favore del business, oggi Milano è una città turistica».

Qual è lo stato d’animo dei turisti che sono rimasti?
«Quei pochi che ho sono tranquilli, nessuno usa la mascherina».

Fino a quanto potete resistere?
«Con i miei colleghi ci siamo detti: con un’altra settimana del genere riusciamo giusto a pagare gli stipendi, se si arriva a una terza qualche struttura chiuderà quantomeno per chiudere i costi variabili».

Cosa si può fare per evitare questo scenario?
«L’obiettivo primario è fare ripartire il mercato, ne ho parlato con il sindaco Sala chiedendogli due impegni: che non ci siano più appartamenti senza il codice per operare e fare il possibile affinché i termini di restrizioni alle manifestazioni siano indentificati».

Facciamo un esempio su questo secondo punto.
«Io ho una sala per 600 persone, adesso non posso offrirla per un evento ma potrei darla per uno di 50 persone in cui sono rispettati gli spazi di sicurezza tra le persone».

Cosa ha risposto il sindaco?
«Che avrebbe portato le nostre istanze».

Cos’altro è necessario per ripartire?
«Devono ripartire le aziende, altrimenti noi non possiamo ripartire. Bisogna muoversi in fretta, tra una settimana c’è il rischio che in Europa ci ritroviamo tutti nella stessa situazione».

Quanto aiuterebbe la riapertura delle sedi culturali?
«In questo momento Milano, assieme a tutto il nord Italia, è una “zona rossa”: i danni che stiamo subendo sono superiori a quelli di un terremoto».

Il Salone del Mobile si può salvare con il rinvio?
«E’ tutto difficile da quantificare: è importante che non sia stato cancellato però è stato rinviato a giugno, un periodo di bassa stagione e questo per alcuni alberghi può essere un problema».

Come giudica la comunicazione adottata dalle autorità?
«Se ne sono accorti tardi, si poteva fare meglio: la conoscenza di quanto accadeva non è stata adeguata e non è stato creato un team ad hoc».

L’errore più grave?
«I dati dovevano essere paragonati a un valore di riferimento».

Ce la farete a recuperare?
«Non ho la sfera di cristallo, mi auguro che riprendano i viaggi di lavoro, che le aziende riescano a ripartire, che finisca la quarantena e che si prendano decisioni uniche a livello europeo. Ricordo che questo è un settore che tra occupazione diretta e indiretta conta 25-30mila dipendenti».

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