Gabriele Albertini
Gabriele Albertini

C’è chi lo vorrebbe di nuovo sindaco di Milano. Ma Gabriele Albertini, da buon narcisista qual è, ridacchia sornione, ringrazia e declina.

 

Senza, però, sottrarsi a dispensare consigli per le elezioni del 2021. «Mi ha fatto piacere che qualcuno abbia avanzato il mio nome per il centrodestra – racconta a Mi-Tomorrow -. Senza fare troppo autocompiacimento, mi accade spesso di essere ricordato per aver fatto qualcosa di buono».

Gabriele Albertini, l’intervista

Non esiste davvero possibilità di rivederla in campo?
«Con tutto il piacere di sentirselo chiedere, è fuori luogo. Avendola già fatta come esperienza, so che è un impegno psicofisico troppo rilevante per un anziano. E io non posso negare di essere ormai tale».

C’è da scommettere che dirà comunque la sua…
«Certamente e sono a disposizione per offrire il mio modesto contributo, come accadde con Stefano Parisi».

E andò quasi bene…
«Vinse Sala per 17mila voti, una scemenza. Ma l’errore strategico della campagna elettorale di Parisi fu quello di preferire i partiti rispetto alla sua lista civica, che era il vero elemento di novità. Con Parisi sindaco di Milano lo scenario nazionale sarebbe stato diverso».

In che senso?
«Avremmo messo le fondamenta ad un nuovo centrodestra: il dopo Berlusconi senza Berlusconi. Ora comunque sono pronto a dare una mano ad un altro Parisi».

Chi potrebbe essere?
«Ho fatto due nomi. Il primo è Carlo Bonomi, numero uno di Assolombarda, ma credo abbia altri obiettivi, visto che è in corsa per la presidenza di Confindustria. Il secondo è Sergio Dompè, imprenditore brillante nel campo della ricerca, una personalità di grandi capacità, un buon comunicatore e pure fotogenico, il che non nuoce».

Gabriele Albertini e le scelte del centrodestra

Quindi non un politico, magari leghista?
«Milano non si fa mettere l’anello al naso per le battute o le sparate: il comico fa divertire, ma non lo voti. E’ la ragione per la quale la Lega e Cinque Stelle qui hanno avuto risultati modesti rispetto al resto del Paese. Quindi direi no a nomi come quelli di Sardone, Bolognini, Morelli e pure Salvini. Se il centrodestra vuole riprendersi deve fare una scelta di altro tipo, pescando nella cosiddetta “società civile”, meglio senza Sala in campo».

Già, restano da scoprire le reali intenzioni dell’attuale inquilino…
«Può essere che senta stretto il vestito da sindaco di Milano, ma nel catalogo dei ruoli istituzionali del nostro Paese il profilo di potere è confrontabile con quello di un ministro di Serie A. Capisco le sue ambizioni nazionali, ma non dipende solo da lui».

Lo ritiene un sindaco troppo esposto politicamente?
«Lui si espone, propone e si mette spesso sullo scenario nazionale, ma non la vedo una strada agevole, vista la fase che sta vivendo il Partito Democratico».

Si riferisce all’alleanza con i Cinque Stelle?
«Un’alleanza non episodica, che diventerà stabile, e in cui il ruolo di Giuseppe Conte sarà di primo piano. Poi c’è da fare una considerazione di carattere economico…».

Quale?
«Il mio ultimo emolumento lordo da sindaco era di 121.000 euro all’anno, ma nominavo manager nelle società controllate dal Comune con stipendi dieci volte più alti. Vede, il sindaco di Milano è come il presidente di una holding da 40mila dipendenti, ma è meno pagato di un consigliere regionale. Sala ha un mercato che lo potrebbe gratificare molto di più sotto il profilo economico».

Lo spostamento della giunta verso sinistra gli può giovare?
«Lui investe su quella linea, così come, ad esempio, sull’ecologia: è apprezzabile dal punto di vista dell’immagine, ma non funziona granché sotto il profilo dello sviluppo del reddito. Noi portammo 30 miliardi di euro di investimenti, a Expo venne presentata la rigenerazione urbanistica della città e fu un’operazione di marketing urbano: suggerisco a Sala di pensare più alla locomotiva che ai vagoni».

Demolirebbe San Siro?
«Lo farei di fronte ad un disegno così poderoso come quello presentato da Milan e Inter, che tiene conto del quartiere nel suo insieme e che non è una colata di cemento, ma, piuttosto, una colata di bellezza architettonica».

Sala non la pensa proprio così…
«Perché è cerchiobottista, frutto di condizionamenti, anche intenzionali e voluti per tenersi buona la sinistra populista. Qui il rischio è davvero quello di non decidere».

Esiste un progetto incompiuto nei suoi mandati che potrebbe essere rispolverato?
«Roberto Castelli, da ministro della Giustizia, propose di delocalizzare San Vittore ed io abbracciai il progetto: conservando la pianta stellare, si poteva fare un grattacielo che richiamasse in cima i cinque bracci del carcere, con una grande area verde. Feci addirittura uno schizzo di questo “puntalino di Natale” nello studio londinese di Norman Foster. Insomma, la Milano del 2040 non merita ancora l’orrenda architettura del carcere di San Vittore».