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24. 10. 2020 08:50

Max Pezzali, il ritorno allo stadio è ufficiale: «San Siro, sarà ancora più bello»

Ufficiali le date per cantare con Max Pezzali al Meazza nel 2021: «Il nuovo calendario mi dà un obiettivo chiaro e un’impressione di ritorno alla normalità»

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Torna a quadrare il futuro di Max Pezzali, dopo l’ufficializzazione per l’estate 2021 delle nuove date per il suo San Siro canta Max. La doppia festa del «Meazza» è fissata per il 9 e il 10 luglio: «Finalmente sappiamo che c’è una finestra temporale che potrebbe permetterci di arrivare a San Siro».

Ma Max non è certo stato con le mani in mano in questi mesi difficili anche per la musica. E, dall’esperienza della Dpcm Squad con Lo Stato Sociale culminata con l’incisione di Una canzone come gli 883, è nata la reinterpretazione video – con proventi in beneficienza – dei lavoratori dello spettacolo riuniti nel team “Noi non siamo Invisibili”.

 

Max Pezzali torna a San Siro

Tanto imprevedibile, quando da raccontare: come l’hai vissuta?
«Ci speravo. Anche perché, quando fai questo mestiere da quasi trent’anni, vuol dire che più o meno sei entrato in contatto con tutte queste persone: sono loro che ci hanno sempre permesso di salire su un palco e di rendere felici coloro che sceglievano di venirci a vedere. Io credo che tutte queste professionalità siano un fiore all’occhiello per il nostro Paese. Sono altamente specializzate, parliamo di qualifiche riconosciute anche dagli artisti stranieri. Che spesso, quando suonano in Italia, ci fanno i complimenti. Peccato solo di una cosa».

Ovvero?
«Che il nostro Paese non abbia mai dato un grosso peso alla formazione di queste professionalità. Se vai in America, avere un figlio sound engineer vuol dire avere un figlio ingegnere, qui non proprio. È gratificante e motivo di orgoglio raccontare il mondo delle crew: spero ci sia la possibilità di riapprezzarle quanto prima al completo».

Intanto, al momento, San Siro ti aspetta tra un anno esatto.
«Non vedo l’ora. Vedere delle date fissate mi dà un obiettivo chiaro e un’impressione di ritorno alla normalità, quindi sono solo contento di questo. Mi fa rivedere la luce».

Per voi artisti era importante non mollare di un centimetro in questi mesi e continuare a far parlare di musica.
«L’idea era proprio questa: bisognava e bisogna dare un segnale anche per il fatto che, per forza di cose, dobbiamo ancora essere limitati dal punto di vista della componente live, visto che il concerto è per definizione un assembramento. Siamo una realtà che continua ad esistere e a fare del proprio meglio: un settore pieno di professionalità che non possono essere impegnate altrove».

Hai parlato di assembramenti: altrove non sono mancati e non mancano nemmeno ora.
«Certo, quando vedi la manifestazione in via del Corso a Roma (del 2 giugno scorso, ndr) resti di stucco. Ero ospite da Cattelan e, guardando nei monitor, ci chiedevamo perché noi non potessimo fare niente al contrario loro. Mi è parsa una dimostrazione di forza al momento inutile. Poi ti viene anche da pensare che, tutto sommato, dobbiamo cercare di andare avanti. E noi, se non altro, stiamo mantenendo il massimo livello di sicurezza».

Hai ancora paura?
«La paura della seconda ondata c’è, dell’effetto spagnola in autunno c’è, perché il nostro Paese secondo me non è attrezzato economicamente per un secondo lockdown. Lo siamo sicuramente di più dal punto di vista sanitario, ma potrebbe essere letale a livello finanziario».

Quando ci siamo sentiti in pieno lockdown, avevi espresso dispiacere per non essere riuscito preparare al meglio tuo figlio per affrontare una situazione del genere. Com’è andato il ricongiungimento?
«La prima volta che l’ho rivisto è stato un po’ com’è vivere quei ritorni epici dei film. Poi lui, vivendo a Roma, aveva una percezione della Lombardia estremamente pericolosa rispetto a dove fosse lui. Ma ho notato che la sua generazione è in qualche modo più attrezzata di noi per affrontare queste cose. Sia lui che i suoi compagni è come se dal punto di vista infrastrutturale, essendo tecnologicamente più progrediti, siano già nati un po’… distanziati».

In che senso?
«Nel senso che non sono abituati a giocare nei cortili perché i regolamenti glielo impediscono, sono già più chiusi di noi nelle loro abitazioni. Sono più bravi ad adattarsi, insomma. Vivono di rapporti anche se non si abbracciano e non si toccano, io ogni volta devo violentarmi perché sono 52 anni che vivo di fisicità. A undici anni riesce a rimanere già equamente distanziato, in ogni situazione».

Pensi che quello che abbiamo vissuto in questi mesi cambierà la narrazione dei live del futuro?
«Nessuno di noi sarà piu uguale a prima. Anche se sto lavorando all’album nuovo, sto già apportando delle modifiche nella mia testa perché secondo me ci sarà un modo di fare festa ancor più esagerato di prima. Avremo un’energia cinetica pronta ad esplodere: dovremo pensare di meno e divertirci il più possibile. Sarà una festa ancora più grande».

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