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07. 08. 2020 06:05

Il Rob de Matt non ha rinunciato alla sua vocazione sociale: «Siamo ancora quelli con il cuore in mano»

Lo chef Edoardo Todeschini: «La paura più grande era quella di non poter riaprire»

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Un grande giardino con dehor, un bistrot con piatti della cucina Mediterranea ricercati e creativi, un bancone che sforna ottimi cocktail e un servizio accurato e gentile. No, non è un l’ultimo locale di tendenza, sebbene ne abbia tutti i numeri. È un luogo con un’anima orientata al sociale talmente forte da mettere in secondo piano tutto il resto: il che non è poco. Rob de Matt è una realtà di inclusione sociale nata nel 2017 a Dergano, quartiere dove hanno trovato il loro pezzo di Milano studenti, anziani e gruppi multietnici.

 

Il Rob de Matt non ha rinunciato alla sua vocazione sociale

Qui si svolgono percorsi rieducativi e lavorativi post carcerari, post ex tossicodipendenti, per chi è affetto da disagio psichico mentale, per richiedenti asilo e per persone vittime di tratta. Uno spazio concesso dal Comune di Milano in comodato d’uso all’adiacente Amico Charly che ne affitta una parte a Rob de Matt, ad un prezzo calmierato. Una realtà nata per volontà di tre soci: Francesco “Franz” Purpura che cura la parte sociale, Tommy Tumble esperto di eventi e lo chef Edoardo Todeschini, ideatore del progetto che ci racconta come RdM, durante l’emergenza Covid, non è rimasto con le mani in tasca ma ha continuato a esprimere la propria vocazione all’aiuto.

L’intervista allo chef Edoardo Todeschini, Rob de Matt

Edoardo, come è nata l’idea di Rob de Matt?
«Mi è venuta mentre lavoravo in un’altra associazione, osservando i ragazzi che stavano con me in cucina. Persone con alle spalle quindici anni di clausura in ospedali psichiatrici che sbocciavano davanti ad una ricetta. Loro mi hanno dato la spinta per andare oltre».

Quante persone hanno lavorato da voi in questi tre anni?
«Dal 2017 sono passati da noi cinquantacinque tirocinanti e, di questi, sedici hanno trovato lavoro. Sette sono assunti qui da noi, fra sala, cucina e cura del verde. Dall’8 marzo abbiamo dovuto chiudere tutti i tirocini a causa del virus. Dopo l’emergenza gli utenti, anche se odio questa parola, dei progetti sociali sono stati completamente abbandonati a se stessi».

Come ve la state cavando?
«La paura più grande era quella di non poter riaprire ma fortunatamente, per ora, ce l’abbiamo fatta. Il virus è arrivato proprio a primavera, quando, grazie al giardino triplichiamo i coperti. Abbiamo chiuso con i conti non proprio in regola e sedici dipendenti. Sarebbe stato più facile chiudere tutto e riaprire più avanti. Ma non è questa la nostra etica: non volevamo assolutamente lasciare a casa nessuno».

Rob de Matt
Rob de Matt

Come vi siete mossi?
«Fortunatamente, ci affidiamo a piccoli fornitori con i quali abbiamo rapporti diretti e di fiducia che non smaniano per essere pagati nelle tempistiche canoniche. E poi, io e miei soci abbiamo coperto di tasca nostra le spese più urgenti».

Hai memoria di un episodio particolarmente bello?
«Tutti i giorni succede qualcosa di bello o da ricordare. Io lavoro con persone emarginate dalla società ma che, di fatto, mi insegnano a vivere. Si impara tantissimo a guardare i disagi. Ma anche a non guardarli. (ride con gli occhi lucidi, ndr)».

È complicato gestire le diversità nella diversità?
«Per nulla, la fusione di “sfighe” e disagio crea sempre una magia inspiegabile. Possono lavorare fianco a fianco con risultati davvero sorprendenti, un ex detenuto con alle spalle vent’anni di carcere, un uomo che stava affogando nel Mediterraneo e un ex pazienze psichiatrico che ha vissuto in istituto per dieci anni. Il risultato è sempre più grande della somma degli addendi».

Qual è il traguardo più grande che avete raggiunto?
«Il nostro fiore all’occhiello è il cuoco, Gabriele che viene da percorsi davvero difficili… E mi fa quasi le scarpe! E poi la rete che abbiamo attivato durante il periodo più duro della pandemia».

Raccontaci.
«Avevamo bisogno di andare avanti e non potevamo davvero restare a guardare. Per più di due mesi abbiamo preparato dai cento ai duecento pasti che venivano distribuiti ai senza tetto dall’unità di strada della Croce Rossa. Uno spunto che è venuto dalla Brigata Lena Modotti».

Cioè?
«Nella prima settimana di chiusura totale, i ragazzi della Brigata sono andati di pizzeria in pizzeria a chiedere cibo da donare agli utenti delle mense di via Ferranti Aporti che avevano chiuso i battenti. Poi ci hanno chiesto aiuto e così abbiamo iniziato a cucinare».

E ora?
«Stiamo continuando: il lunedì è giorno di chiusura e ci dedichiamo a preparare i pasti da distribuire. L’emergenza non è finita e vogliamo proseguire questa rete alternativa di solidarietà creata “dal basso” e nata da mancanze istituzionali. I “cattivi” dei centri sociali sono scesi in strada per aiutare chi aveva bisogno ed era stato dimenticato. Di fatto, siamo stati l’anello di congiunzione fra Cariplo che ci affida alcuni progetti, bloccati nel periodo Covid, e i ragazzi dei centri sociali che ci hanno dato una mano a mandarli avanti. L’emergenza crea sinergie impensabili: ho rivisto la “Milano con il cuore in mano”».

In breve

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