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Milano
05. 12. 2020 16:06

Alessandro Giugni: «Le mie istantanee dalla Milano ferita»

Un libro in sette capitoli come i giorni della creazione che, in questi tempi difficili, si manifesta attraverso il vuoto e il silenzio: il fotoracconto di Alessandro Giugni

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Un bianco e nero minimale per mostrare tutta la vulnerabilità di Milano. Un reportage su pellicola che il venticinquenne milanese Alessandro Giugni, laureando in Giurisprudenza e appassionato di fotografia, ha condotto in totale autonomia. Il risultato è un libro,. Una cattedrale nel deserto, fresco di stampa che ritrae la città in quell’interregno fra il primo caso accertato e il lockdown totale.

 

Alessandro Giugni: «Le mie istantanee dalla Milano ferita»

Com’è nato il progetto?
«Il 24 febbraio ero in coda al supermercato, nel bel mezzo del primo grande assalto. Ero totalmente inconsapevole del motivo per il quale la gente impazzita schizzasse ovunque spingendo carrelli stracolmi. Ho aperto Facebook e ho letto le news. Il giorno dopo ero in strada a scattare e ci sono rimasto fino al 14 marzo».

Cos’è accaduto nel mentre?
«Erano giorni incerti e non si capiva la gravità della situazione. Ogni giorno, però, le notizie sull’epidemia si moltiplicavano, avevano chiuso scuole e università e la città si stava progressivamente svuotando. A quel punto ho capito che dovevo continuare, perché stavamo andando incontro a qualcosa che non aveva precedenti. E da lì è nata l’idea di documentare questo periodo eccezionale».

Qual è il concept?
«È strutturato in sette capitoli, ciascuno dei quali rappresenta un aspetto della società. Si tratta di 90 scatti selezionati su 270 totali, in ordine rigorosamente cronologico».

Dalle prime chiusure fino al lockdown totale?
«Esattamente».

Alessandro Giugni

Quali luoghi hai fotografato?
«L’Istituto Zaccaria durante la sanificazione, in previsione della riapertura che, però, non è mai avvenuta. Poi due capitoli dedicati alla socialità: bar, ristoranti, teatri, luoghi di intrattenimento e negozi. I mezzi pubblici, tram, bus e metropolitane e un capitolo su Porta Ticinese, uno dei luoghi clou della movida milanese e delle grandi adunate del weekend. Un centro commerciale spettralmente e stranamente vuoto in un pomeriggio domenicale. E, infine, scorci delle Università Bicocca e Statale».

Sei mai stato fermato dalle forze dell’ordine?
«Mai, nemmeno una volta: sebbene io abiti in Porta Romana, una delle zone più centrali della città».

Cosa hai provato durante questa esperienza?
«Un senso di straniamento. Milano senza frenesia, stupisce e destabilizza. Del resto, per renderla tale è accaduto qualcosa di davvero epocale».

Progetti in itinere?
«Un libro sul lockdown. Ho avuto il permesso di scattare al reparto di Virologia del San Raffaele e sono al seguito dei volontari dell’Ordine di Malta nelle loro missioni benefiche, per documentare il grande lavoro delle associazioni di volontariato».

In breve

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