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12. 05. 2021 19:42

Olimpia, Meneghin la benedice: «Ricorda i miei campioni»

Stasera l’Olimpia chiude la fase regolare di Eurolega, il plauso di Dino Meneghin: «Rodriguez, Datome e Hines un po’ come me, D’Antoni e McAdoo»

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Raggiunti i playoff dopo 7 anni, l’Olimpia si appresta a disputare l’ultima gara di regular season di Eurolega, questa sera al Forum contro l’Efes. I tifosi, che non possono seguire la squadra al Forum, sognano e rievocano i fasti del passato, quando Milano era la big d’Europa. L’ultima volta fu il 1988, quando l’Olimpia conquistò la Coppa dei Campioni annientando la concorrenza. Tra i protagonisti di quella squadra Dino Meneghin, che abbiamo coinvolto cercando parallelismi tra passato e presente.

Finalmente i playoff, obiettivo che l’Olimpia cercava da anni.
«Si sono tolti un peso dalle spalle, dopo anni di frustrazione. Va a premiare gli sforzi della società, dell’allenatore e dei giocatori. La concorrenza è spietata, è un risultato ottenuto contro grandi avversari che dà ulteriore fiducia alla squadra. Adesso inizia il bello, si capirà veramente se il lavoro fatto è stato sufficiente o no. La qualificazione ai playoff ha galvanizzato l’ambiente ed è un bene per Milano, perché dà ancora più voglia di lavorare».

Nello splendido documentario realizzato da Eurolega sulla vittoria dell’ultima Coppa Campioni si parla di analogie con la squadra di oggi.
«Sono chiaramente giocatori diversi da un punto di vista tecnico. La cosa che ritorna e che mi piace è il mix tra vecchi e giovani, esperienza e forza atletica insieme: il modo migliore per lavorare».

Nel documentario si parla dei “new old boys”: giocatori più esperti che hanno fatto la differenza un tempo, così come oggi. Rodriguez, Datome e Hines sono comparabili a D’Antoni, McAdoo e Meneghin?
«Sono i tre giocatori fondamentali e Rodriguez è quello che cambia il ritmo alle partite, in regia ci vuole uno con le idee chiare. Credo sia lui l’ago della bilancia: cervello e talento. Noi avevamo Mike che era il secondo allenatore in campo e Chacho è su quella linea. Ritmo, solidità, esperienza: quando non c’è lui in campo si vede la differenza, anche nell’entusiasmo che trasmette ai compagni».

Arriva l’ultima gara casalinga contro l’Efes, che punta al secondo posto.
«Avversario tosto, come qualsiasi squadra di questa competizione. Se guardi nel mucchio non sai chi scegliere, non c’è una squadra più debole. Milano vuole chiudere al meglio e ha le armi per farlo».

Quale sarebbe l’accoppiamento migliore ai playoff?
«Quella che mi fa più paura è sicuramente il Barcellona (che l’Olimpia non potrà incontrare, ndr). Con le altre Milano se la gioca, come ha dimostrato. Il Barcellona non è li per caso, ha giocato in modo straordinario ed è la squadra più forte al momento, però nei playoff la sorpresa è sempre dietro l’angolo. E poi occhio al Covid, potrebbe sempre creare problemi: l’attenzione ora dev’essere totale perché non si può rischiare niente».

E, per ora, l’intera fase regolare è stata portata a compimento…
«Bisogna togliersi il cappello, hanno fatto un lavoro straordinario sia Eurolega che le società, per affrontare questo nemico invisibile. Trasferte, voli, pullman, spogliatoi, tutto da curare al dettaglio per consentire lo svolgimento in sicurezza. Anche l’Olimpia ha fatto tantissimo, dovendo affrontare alcune situazioni diverse rispetto ai protocolli italiani: in certi paesi non sono state applicate le stesse restrizioni e attenzioni, non è stato facile far fronte anche a questo avversario».

Quanto merito ha Messina di questo risultato?
«Dimostra da anni di essere un grandissimo allenatore, di livello internazionale. In NBA ha modellato la sua capacità e la sua visione. Qui pian piano ha costruito la squadra con i giocatori che considerava ottimali, pezzo per pezzo, senza stravolgerla ogni anno. Mettere insieme 16-18 elementi non è semplice. Devi gestire chi mandare in campo e chi in tribuna, lavoro psicologico e tecnico non indifferente».

Un’Olimpia che, dietro al proprio coach, è diventata una grande gruppo.
«Guardando il documentario sulla stagione di Milano mi ha colpito quando sono rimasti bloccati in Spagna per la neve: lì la squadra ha cominciato a stare bene insieme. È già difficile stare a Milano in tempi non sospetti, col Covid non puoi vederti fuori dal campo e quindi è stato ancora più difficile. È importante fare gruppo, anche se si è rivali per il posto in squadra. La stima reciproca ti fa diventare grande».

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