filippo galli
filippo galli

Classe 1963, nato a Monza ma “milanese” per altre mille ragioni, Filippo Galli è allenatore, direttore sportivo e commentatore televisivo. Ex difensore centrale, cresciuto nel settore giovanile del Milan, in maglia rossonera ha vinto cinque campionati, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe europee e quattro italiane.

Appese le scarpette al chiodo, è rimasto in orbita Milan, prima come allenatore della Primavera, poi come vice di Ancelotti, infine come direttore del settore giovanile, fino all’anno scorso.

Che Milano si aspetta nel futuro?
«È difficile dirlo: sicuramente la città si è avvicinata molto negli ultimi anni alle grandi metropoli d’Europa e del mondo da un punto di vista architettonico e credo che insisterà su questo aspetto, su questa sua vocazione internazionale».

Poi?
«Credo sia molto importante agire sul tessuto sociale, sulle persone: non so cosa aspettarmi sinceramente nei prossimi anni su questo versante. Milano, dal mio punto di vista, vive ancora oggi molto per quartieri, piccole cittadine all’interno della grande città: servirebbe, forse, più integrazione tra le varie zone e anime di Milano».

Questione Olimpiadi 2026: cosa ne pensa, possono essere un’opportunità per Milano?
«Credo di sì: aprirsi a un evento di questo tipo che attrae sportivi e non da tutto il mondo è qualcosa che deve essere sostenuto e facilitato. Mi auguro che alla fine il tandem Milano-Cortina venga scelto come sede dei Giochi invernali: Milano ne trarrebbe vantaggio da tutti i punti di vista e ci sarebbe uno sforzo collettivo per dare il massimo e migliorare ancora di più la città».

Per esempio sul fronte delle infrastrutture sportive, laddove qualche criticità c’è…
«È vero, le strutture sportive sono fondamentali e c’è da fare in questo ambito. Non bisogna, però, limitarsi a questo».

Cioè?
«È importante valorizzare le buone idee, supportare la voglia di fare delle persone e puntare sulle competenze: ci vuole sempre più volontà di formarsi da parte di chi dà il proprio contributo dal punto di vista del volontariato. Se si lavora con i giovani, bisogna avere una formazione ad hoc».

Parlando di calcio, tra altri mille numeri di Mi-Tomorrow, Milan e Inter si saranno ritagliate nuovamente un ruolo importante in Italia ed Europa?
«Mi auguro che ci impieghino meno di mille numeri: i tifosi sono stanchi di aspettare e vogliono qualcosa nell’immediato. Certo, chi tifa ragiona con i sentimenti e fa fatica a comprendere progetti a lungo termine, mentre le società hanno un approccio e necessità diverse: il posto di Inter e Milan è comunque per tradizione tra le grandi d’Europa e spero che entrambe possano tornarvi al più presto».

Si può pensare a una Milano del calcio senza San Siro?
«Purtroppo credo che si dovrà andare in questa direzione: certo, privarsi di San Siro sarebbe un colpo al cuore, però credo anche che si debba andare verso club sostenibili e questo passa anche attraverso gli introiti uno stadio di proprietà fruibile 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Non credo che il Meazza possa essere ristrutturato per rispondere a queste esigenze di Milan e Inter».

Ok, quindi, all’ipotesi demolizione?
«No, io spero che non venga abbattuto, ma possa restare come ricordo ma anche come struttura da usare in qualche altro modo: una sorta di Colosseo milanese, anche se, forse, il paragone è blasfemo».


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