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29. 09. 2021 04:57

Milano, cultura “partecipata” in apnea: quattro storie di una crisi profondissima

Il Paese si divide sull’opportunità del Festival di Sanremo, ma teatro e musica dal vivo sono in crisi nera

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Ci voleva Sanremo per riaccendere i riflettori sulla crisi nera che il mondo della cultura vive ormai dallo scorso mese di ottobre. Certo, in questi giorni nelle zone gialle (compresa quindi Milano e la Lombardia) possono riaprire musei e sedi espositive, ma c’è una fetta importante del mercato che resta ancora all’asciutto: la musica dal vivo e i teatri, in primis.

Protocolli. Oggi, intanto, è il giorno “x” per l’invio al Comitato tecnico scientifico del protocollo per il Festival di Sanremo che la Rai vorrebbe realizzare dal 2 al 6 marzo. Senza pubblico. Obiettivo principale resta lo svolgimento dell’evento in sicurezza, mediando tra le indicazioni degli esperti e le esigenze dello spettacolo.

Indipendentemente dall’iter del protocollo, tra le ipotesi sul tavolo ci sarebbe anche quella di uno slittamento del festival, verso la fine di aprile, in modo da allontanare il rischio che la Liguria possa trovarsi in zona arancione o rossa, nell’auspicio che le misure anti-contagio e la campagna vaccini contengano il diffondersi del virus. Già, ma gli altri?

sanremo2020

Milano. Il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, è stato tra i primi a difendere la categoria dei teatri che, con l’apertura dell’Ariston al pubblico, si sarebbero trovati improvvisamente relegati a “figliastri” nel nome della kermesse nazionale più attesa dell’anno, legata com’è a interessi televisivi e, quindi, di sponsor.

Perché Sanremo sì e gli altri no? E a Milano c’è anche il precedente del teatro alla Scala, la cui prima di Sant’Ambrogio è andata in onda in diretta tv senza pubblico in sala, riscuotendo successo di spettatori incollati allo schermo. Insomma, per ora nessuna deroga è stata concessa nemmeno per la kermesse musicale più iconica di tutte.

Ma è la parola “fine”? Da qui a cascata si infilano tutti gli altri teatri, ma anche i locali di musica dal vivo allo stremo ormai da un anno tra stop-and-go e l’adeguamento (vano) dei protocolli di sicurezza. Perché, alla fine, o si riapre tutti davvero o si resta chiusi senza eccezioni.

Cominardi (Silb): «Cancellato il popolo della notte»
di Giovanni Seu

Il presidente del sindacato dei locali da ballo Roberto Cominardi denuncia lo stop della categoria: offriamo socialità per i giovani. La Milano di notte è ferma, il Covid ha portato un coprifuoco che rende la città deserta e triste dopo le 10 di sera. A pagare lo scotto sono gli operatori della vita notturna: Roberto Cominardi, presidente del Silb-Fipe, il Sindacato Italiano Locali da Ballo, spiega a Mi-Tomorrow quali sono le conseguenze di questo coprifuoco.

Quanti sono gli iscritti al Silb?

«In città 110, un numero considerevole se si pensa che in tutta la Lombardia sono 480».

Qual è la dimensione media dei locali?

«Dipende, alcuni sono molto grandi, come il Fabrique e l’Alcatraz, altri medi come l’Old Fashion. Anche per quanto riguarda i lavoratori ci sono quelli dipendenti e gli autonomi, come i dj, le squadre di sicurezza, i film maker, i pr».

I locali da ballo incontravano difficoltà già prima dell’era Covid…

«E’ un discorso da affrontare con profondità: non c’è stato un calo della voglia di andare a ballare, il problema è che si balla dovunque, nei bar, ristoranti, hotel dove non ci sono le norme stringenti fissate per le discoteche».

Quasi una concorrenza sleale.

«Dico solo che i protocolli previsti per noi sono rigorosi, inoltre noi paghiamo l’Iva al 20% mentre i ristoranti al 10%».

A questo si è aggiunto il Covid.

«Ricordo che quando arrivò la notizia del primo contagio, era venerdì notte, noi chiudemmo in anticipo sull’ordinanza: purtroppo saremo gli ultimi a riaprire».

C’è stata la finestra in estate.

«Si ma con limitazioni rocambolesche, siamo stati equiparati a bar e ristoranti. Per il resto siamo rimasti fermi».

Parliamo dei ristori.

«Sono sovrastimati, secondo i nostri calcoli hanno coperto il 4% del fatturato».

Come fate a resistere?

«Usufruiamo della cassa integrazione. Voglio ricordare che assieme a noi è fermo l’indotto, parlo dei taxi, degli Ncc, dei negozi di abbigliamento, soprattutto è fermo un mondo».

Il mondo della notte?

«E’ un mondo che non viene considerato dove si sviluppa socialità in gran parte dei giovani che proprio in questo periodo manifestano un bisogno di socializzazione: bisogna capire che chi a vent’anni ha esigenze diverse dagli adulti».

Quali sono le dimensioni di questa realtà?

«Prima del Covid nei week-end il popolo della notte raggiungeva 400mila persone, molti di questi turisti: non è difficile immaginare quale tracollo di Pil abbiamo registrato».

Quale previsione può fare?

«Spero che per la primavera estate si possa riaprire, siamo pronti a farlo seguendo tutto ciò che serve per garantire la sicurezza. Altrimenti la situazione diventerà ingestibile».

Spera (Assomusica): «Confidiamo nel Recovery fund»

Il presidente di Assomusica Vincenzo Spera traccia un quadro drammatico del settore e chiede più fondi dal Recovery fund. La crisi morde da quasi 12 mesi e si fatica a intravedere una via d’uscita. Vincenzo Spera, presidente di Assomusica, l’Associazione degli Organizzatori e Produttori di Spettacoli di Musica dal Vivo, chiede al governo attenzione, e quindi risorse, per un settore importante dell’economia italiana.

Cosa rappresenta Assomusica nel nostro Paese?

«Siamo un’associazione nata nel ’96 che riunisce gli espositori di musica dal vivo e eventi, generiamo un fatturato di quasi due miliardi di euro che ci colloca al sesto posto al mondo, le vendite dei biglietti ammontano a 700 milioni, con noi lavorano 260mila persone. Per quanto riguarda le presenze ricordo che i concerti di Milano richiamano un milione e mezzo di persone, a Verona 600mila. Sono dati che descrivono solo in parte il nostro ruolo nell’economia».

A cosa si riferisce?

«All’indotto che creiamo con la nostra attività che si articola in due filoni: oltre alla ristorazione, i trasporti e il settore alberghiero promuoviamo le tv, i video, il merchandising».

Questa è la realtà sino al 21 febbraio scorso. Cosa è successo con l’avvento del Covid?

«Il nostro fatturato è calato del 97%, a livello di spettacolo abbiamo lavorato solo nei mesi estivi».

Com’è possibile fare sopravvivere il settore in queste condizioni?

«La situazione è drammatica, fino ad oggi abbiamo cercato di restare tranquilli perché consapevoli che c’è tanta gente che soffre ma adesso siamo ad un momento decisivo, prima o poi la pentola scoppia».

Come si può scongiurare questo rischio?

«C’è l’opportunità del recovery fund, la Commissione Europea ha stabilito è possibile stanziare sino al 2% delle risorse a favore del settore cultura».

Cultura in Italia significa molte cose.

«Credo che si possa articolare questo fondo a favore del patrimonio artistico, uno dei più importanti del mondo, e anche per le attività musicali dal vivo».

Basta il 2%?

«Bisogna lavorare perché possa crescere. Ho riscontrato molta attenzione da parte del ministero della Cultura, anche in molti parlamentari».

C’è attenzione anche oltre al mondo della politica?

«Direi di sì, noi siamo portando avanti il concetto che la cultura che promuoviamo è un’infrastruttura della socialità, dell’anima, è un aspetto strutturale del nostro paese».

Forse in passato siete stati un po’ sottostimati.

«E’ vero ma da tempo stiamo lavorando a progetto con l’Unione Europea, quindi di dimensione continentale. Le cose stanno cambiando».

La sartoria Ana Romano: «Vogliamo tornare a far sognare il pubblico»
di Serena Scandolo

Premesso che il mondo dello spettacolo con pubblico in presenza è fermo da molti mesi e, a differenza di altre categorie, è difficile intravederne modi e tempi di ripresa, esistono una serie di figure di altissimo profilo professionale che sono state completamente dimenticate. Pensiamo ai macchinisti da palcoscenico, ad esempio, agli attrezzisti, agli scenografi, ai costumisti e alla sartoria.

Anche in eccellenze come i grandi teatri. Anche alla Scala, costretta suo malgrado a fare spettacoli in streaming, con un’evidente riduzione del personale dietro le quinte. Non solo gli artisti, ma tutti i lavoratori dello spettacolo sono in difficoltà, a maggior ragione coloro che hanno un contratto a termine o intermittente (a chiamata): i cosiddetti lavoratori “invisibili” del teatro.

Fra questi ci sono coloro che forse più di tutti contribuiscono alla magia di un’opera teatrale: gli addetti alla sartoria. Fra essi Ana Romano, sarta, da undici anni nella sartoria della Scala e da due in cattedra nei progetti sartoriali dell’Accademia del Teatro alla Scala.

Come ha iniziato a lavorare alla Scala?

«Io sono nata in Argentina da genitori italiani e mi sono formata nella sartoria del Teatro Colòn di Buenos Aires, il teatro lirico più importante dell’Argentina e fra i più famosi al mondo, ma la Scala è sempre stato il mio sogno. Nel 1990 mi sono trasferita a Milano, ma prima di arrivare al Piermarini ho lavorato presso diverse case di alta moda e alcune sartorie teatrali, poi nel 2009 sono entrata alla sartoria del Teatro alla Scala e per me è stata un’enorme gratificazione personale e professionale. La Scala rappresenta un punto di riferimento mondiale nella lirica, far parte di questa eccellenza è un vero e proprio orgoglio».

Come si svolge il lavoro nella sartoria del Piermarini?

«La sartoria si occupa della maglieria (gli indumenti sotto agli abiti di scena), del reparto uomo e del reparto donna, dove si confezionano le varie parti di stoffe che sono state tagliate in base al cartamodello realizzato su disegno del costumista. Le sarte “compongono” i costumi, realizzando materialmente l’abito che gli artisti indosseranno in scena».

Cosa le piace di più del suo lavoro?

«Le cose più difficili, i dettagli più impegnativi, come i drappeggi, i pizzi, l’applicazione di uno stuolo di fiori, le decorazioni da inventarsi. Quello che mi piace di più, in una parola, è la sfida a realizzare un abito che sul disegno sembra irrealizzabile. Ci sono costumi che sono vere e proprie strutture: per esempio l’abito per una ballerina che si ispirava ad un quadro di Salvador Dalì e che doveva essere pieno di cassetti, apribili, contenenti dei fazzoletti. La sfida è inventare il modo di realizzare tali strutture.

La Scala ha anche un’accademia che insegna questa professionalità?

«Sì, fra i vari corsi di danza, canto, scenografia, ecc. c’è anche quello di sartoria dello spettacolo, dove vengono formati i futuri sarti e sarte della Scala. Io negli ultimi due anni prima della chiusura a causa del covid ho tenuto due progetti nell’ambito del corso di sartoria: uno durante il quale abbiamo realizzato quattro costumi per la mostra Sempre libera. Maria Callas à la Scala, che si è tenuta all’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e l’altro per realizzare i costumi dell’opera “Elisir d’amor” di Donizetti, spettacolo messo in scena in ogni sua parte dagli allievi dell’Accademia del Teatro alla Scala».

Poi a marzo 2020 arriva il Covid…

«E tutto si è fermato da un giorno all’altro. Il personale dell’organico fisso ha ricominciato a luglio, diviso in gruppi, in modo da essere in presenza al 50%, mentre i numerosi “aggiunti” sono rimasti ancora fermi. Al 18 ottobre solo noi lavoratori “aggiunti” della sartoria siamo stati richiamati per preparare i costumi della prima, che avrebbe dovuto essere la Lucia di Lammermoor di Donizetti: li abbiamo realizzati per intero, prove agli artisti comprese, ma poi il Covid ha cominciato a colpire sia i componenti del coro che quelli dell’orchestra. L’andamento complessivo dell’emergenza sanitaria ha fatto desistere e si è virato sullo spettacolo in streaming A riveder le stelle».

Come vede il futuro del suo lavoro?

«La speranza è che il vaccino possa annientare la pericolosità del virus e che i teatri piano piano possano riprendere a fare spettacoli in presenza, così che anche i lavoratori “invisibili” come gli scenografi e i macchinisti, gli elettricisti e gli attrezzisti, i parrucchieri e i truccatori, i calzolai e i sarti possano tornare a far sognare il pubblico, insieme agli artisti».

Corrado d’Elia (Teatri Possibili): «C’è perversione normativa»
di Ivan Filannino

Mentre i teatri sono ancora chiusi e il mondo dello spettacolo è focalizzato sulla questione Sanremo, Milano registra la richiesta d’aiuto di Corrado d’Elia fondatore nel 1995 di Teatri Possibili, comunità artistica, scuola di teatro e movimento aggregativo. L’associazione milanese ha dovuto lasciare la sua sede in via Savona 10. «L’intero immobile è stato rilevato da una grande società immobiliare – spiega d’Elia –. E’ stato tutto così veloce. Il mancato rinnovo del contratto e l’invito a liberare i locali».

Avete già trovato una nuova casa?

«Sì, a due passi da quella vecchia, in via Voghera 9. È arrivata per caso, quando già eravamo dell’idea di cambiare zona, un’amica mi manda l’annuncio. A 100 passi da dov’eravamo c’era quello che cercavamo altrove».

 

Che lavori vanno fatti?

«L’immobile deve essere completamente restaurato. Manca l’impianto di riscaldamento, vanno creati i bagni. Insomma, parliamo di lavori importanti».

Come si può sostenere Teatri Possibili?

«Abbiamo lanciato un crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso (produzionidalbasso.com/project/una-nuova-casa-per-teatri-possibili). Tanti amici ci stanno aiutando. L’obiettivo è raggiungere 12.000 euro, per i lavori ne serviranno almeno 40.000».

Quali progetti realizzerete nella nuova casa?

«Vogliamo creare una biblioteca a prestito gratuito e un’aula polifunzionale per piccoli spettacoli. Ci piacerebbe inoltre che ci fosse una sala di registrazione con una web radio».

La cultura è stata abbandonata dalle istituzioni?

«C’è una sorta di perversione normativa per cui un’associazione che fa volontariato e promozione culturale non ha la possibilità di attingere a fondi nel caso si trovasse in difficoltà. Noi abbiamo chiesto un aiuto a Enti e Fondazioni. Al momento, tanta comprensione, ma l’amara constatazione che aiutarci al momento è impossibile».

 

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