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19. 05. 2022 07:44

Milano-Przemyśl, 23 ore di viaggio per aiutare i profughi dall’Ucraina

Breve reportage dal confine tra la Polonia e l’Ucraina: lì, dove i volontari portano aiuti e beni di prima necessità e riportano indietro vite da salvare

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Mi mette tra le mani due brioche ripiene alla marmellata facendomi cenno che le devo mangiare. E di corsa. Io ho appena preso posto sul bus e sono un po’ frastornata. Ma lei insiste, parlando in ucraino e gesticolando spazientita. Sono intollerante al glutine e al lattosio, ma le sorrido e senza batter ciglio addento il dolce: era chiaro che non avrebbe mai accettato un rifiuto. Inizia così il mio viaggio verso la terra di mezzo che da Milano mi porterà a Przemyśl, città della Polonia orientale al confine con l’Ucraina.

La prima storia che ascolto è proprio la sua, quella della signora delle brioche. Ana – che partiva con me da Milano – era arrivata in Italia dall’Ucraina soltanto mezza giornata prima. Era sfuggita alle bombe e aveva una gamba livida a causa delle schegge. Ma poche ore dopo aveva cambiato idea, decidendo di tornare indietro. In fondo la sua casa era lì, in Ucraina. Il tragitto Milano-Przemyśl sembra non finire mai. Un viaggio che i volontari percorrono anche più volte alla settimana, per portare aiuti e beni di prima necessità e riportare indietro il maggior numero possibile di profughi ucraini, salvandoli dal conflitto in corso. È proprio grazie all’organizzazione dei volontari che anch’io, mercoledì scorso, sono potuta arrivare fino al confine polacco.

Da Milano a Przemyśl per aiutare i profughi: la carovana di Ucraina Più – Milano Aps

ucrainaIl progetto è organizzato dall’associazione culturale Ucraina Più – Milano Aps che ha coinvolto l’agenzia di trasporto Liberti e Simon bus. In viaggio, anche le interpreti volontarie dall’associazione. I finanziatori? Carol Mastronardo e suo marito Christopher, una coppia americana che ha avviato un crowdfunding e raccolto 30.000 euro per organizzare i trasporti tra l’Italia e la Polonia. Una carovana della solidarietà che con tre bus ha portato aiuti e materiali di prima necessità: cibi in scatola, vestiti, coperte, farmaci, pannolini. La stessa carovana che, al ritorno, ha portato con sé in Italia circa 130 profughi.

Oltre 1.500 chilometri per 23 ore di viaggio, tra soste, traffico e rallentamenti. Przemyśl è considerata una delle porte verso la salvezza, il primo luogo in cui arrivano e vengono accolti i profughi ucraini. Il confine polacco è quello più “caldo”, in cui approdano la maggior parte dei profughi – ad oggi oltre 2 milioni – e dista solo una ventina di chilometri dal luogo in cui sono caduti i missili russi. I bus arrivano in una grande area industriale riconvertita a centro di aiuto.

Tanti stand prestano soccorso ai profughi che hanno appena varcato il confine ucraino e che vengono smistati per essere trasportati in altre città. Sul posto, tantissimi volontari offrono cibo e bevande calde ai profughi e mettono a disposizione aree per riscaldarsi, per ricaricare il cellulare e per il ristoro degli animali. Sono tantissimi, in effetti, gli animali a Przemyśl in fuga al fianco dei loro padroni. A fuggire sono soprattutto donne con bambini piccoli. Gli uomini dai 18 ai 60 anni devono rimanere a combattere e le famiglie sono così costrette a separarsi.

Da Przemyśl, in pochi minuti di bus si può raggiungere la frontiera, a Medyka. Lì si staglia il cartello blu che indica “Graniczne” e che demarca la linea di confine oltre la quale il mondo per come lo conosciamo noi non esiste più. Uno dei luoghi presi d’assalto è la stazione di Przemyśl, dove migliaia di persone transitano e cercano un treno verso l’aeroporto o una città qualsiasi. Con una vita da ricostruire, ma pochissimi bagagli al seguito. Nel viaggio di ritorno, i tre bus hanno trasportato circa 130 profughi a Milano. Tutti con una storia diversa, ma con un fil rouge che le unisce: desiderare più che mai di poter, un giorno, tornare a casa.

Ucraina Più raccoglie beni primari: tutti i giorni, nella sede dell’associazione

ucrainaL’associazione culturale Ucraina Più – Milano Aps, dallo scoppio del conflitto, si è attivata per inviare aiuti al confine del territorio ucraino e per portare in Italia i profughi, lontano dalla guerra. Fondata nel 2019, è affiliata Arci, conta circa 30 soci ed è nata con l’obiettivo di diffondere sul territorio la cultura ucraina. L’associazione collabora con il Consolato Generale di Ucraina a Milano e l’Ambasciata d’Ucraina in Italia. L’idea è educare all’interculturalità, occupandosi di integrazione sociale dei cittadini ucraini. Per questo vengono organizzate anche mostre, manifestazioni letterarie e concerti.

Recentemente sono stati inaugurati in via Brusuglio i locali della biblioteca, che mette a disposizione libri in ucraino ma anche testi in italiano per far diffondere a Milano la cultura della nazione ucraina. Nelle ultime settimane, però, il progetto in cui è impegnata l’associazione è strettamente legato al conflitto in corso e al trasporto di aiuti. Per chi volesse sostenere la raccolta di beni, l’associazione cerca principalmente: giubbotti antiproiettile, medicamenti, pile, pc usati, biancheria calda, coperte. Il materiale può essere consegnato nella sede di via Brusuglio 73, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Infoline: 329.93.89.452.

In viaggio per aiutare l’Ucraina, le testimonianze

«Vorrei poter salvare ogni bambino»
Anastasia
Volontaria ucraina a Milano

«Io parlo tanto e non dormo mai». Anastasia mette subito le cose in chiaro e garantisce che sì, sarebbe stato un viaggio lungo, ma certo il suo spirito positivo avrebbe sistenuto tutto il gruppo. Anastasia è la volontaria che nel nostro viaggio si è “arruolata” come interprete e traduttrice. Fa la volontaria al Consolato di Ucraina a Milano, con cui collabora l’associazione Ucraina Più. Ha 22 anni e vive a Milano ma è originaria dell’Ucraina. Perciò parla fluentemente sia italiano che ucraino ma anche inglese, russo e un po’ di francese. La predisposizione e l’interesse per le lingue l’hanno portata a scegliere la facoltà di interpretariato allo Iulm di Milano.

«A breve mi laureo», racconta con un velo di orgoglio. Un orgoglio che durante il viaggio lascia spesso però il posto a commozione e tristezza per le violenze che stanno subendo i suoi connazionali. «Io credo che a volte stare con le mani in mano possa farci sentire peggio. Ogni giorno guardavo i morti in tv e piangevo per le storie dei bambini. Quando ho sentito del bimbo che ha camminato per chilometri da solo per oltrepassare il confine, mi sono detta: “Voglio salvarli tutti”. E così ho deciso di partire e fare qualcosa nel mio piccolo, cercando di essere di aiuto come traduttrice in questi viaggi».

«Ogni tanto devo fermarmi e piangere»
Leonid
Volontario russo alla dogana

ucrainaQuesta terra di confine è popolata soprattutto da una folta schiera di volontari. Sono tantissimi e sono originari di ogni parte del mondo. Tanti mi raccontano la stessa cosa: «Ho sentito il bisogno di dare una mano, mettere a disposizione le mie competenze, qualunque esse siano, per rendermi utile». Tra loro c’è anche Leonid. Quando arrivo alla dogana, resto subito stordita dal caos. Un flusso continuo di profughi oltrepassa quel cancello di ferro per cercare riparo. Le temperature, soprattutto la sera, scendono sotto lo zero e i volontari in questa situazione sono indispensabili.

Leonid mi colpisce subito, forse per la sue espressione dolce e calma o forse perché sulla pettorina fluo risalta una scritta che indica il suo Paese di origine: Russia. «Sono originario della Russia, ma vivo in Svizzera», racconta. Ha 21 anni e studia all’università. «Come volontario mi occupo delle traduzioni, organizzo i trasporti, porto cibo e bevande ai profughi. Cerco di dare tutto quello che posso, da fare ce n’è sempre. Ho turni da 29 ore, a volte non mi reggo in piedi. Ogni tanto bisogna fermarsi, andare nell’angolino, piangere un po’ e tornare. Il carico emotivo è veramente alto, ma riuscire a dare una mano è davvero appagante».

«Non avevamo mai visto una cosa del genere»
Simone e Leonardo
autisti di Simon Bus

ucrainaC’è un momento in cui tutte le persone che giungono al confine restano scioccate. Volontari, giornalisti, addetti ai lavori. Arriva per tutti, prima o dopo, quell’attimo in cui dicono: «Forse non ce la posso fare, ho visto abbastanza». Per Simone e Leonardo – i due autisti del mio pullman – quel momento è arrivato appena entrati nel centro accoglienza di Przemyśl. Colleghi nell’azienda italiana Simon Bus, nata nel 2014 per il turismo, hanno macinato migliaia di chilometri mettendo a disposizione i loro mezzi. Quando si entra in città, ci si trova davanti alla grande zona commerciale riconvertita a centro accoglienza. Un centro che gli autisti devono attraversare appena arrivati, per iniziare il protocollo di registrazione. Qui Simone e Leonardo hanno subito sentito una stretta al cuore.

«Ma lo sai che ho pianto?», confessa Leonardo. «Siamo voluti venire a vedere con i nostri occhi cosa si prova a stare qui – raccontano i due –. All’arrivo siamo rimasti scioccati dalla disperazione delle persone. Vedere i profughi stesi lì, ad aspettare non si sa che cosa, ci ha colpito molto. Bambini che piangono, donne che piangono: una disperazione che in televisione non riesci totalmente a capire, ma che comprendi solo quando la vedi. Non avevamo mai visto una cosa del genere».

«Finalmente può iniziare un tempo migliore»
Iuliana
profuga ucraina in viaggio verso

MilanoucrainaIuliana è sul pullman di ritorno con me. È una profuga ucraina. All’inizio non vuole parlare, ha gli occhi pesti e poca voglia di raccontare la sua storia. Ma è subito chiaro che di cose da dire ne avrebbe un mare. Così, in pochi minuti, si apre e inizia a denunciare quello che considera «un crimine senza spiegazioni». Iuliana viene da Dnipro e, appena prende posto sul bus diretto a Milano, si sente più sicura. «Per me, ora, è arrivato un tempo migliore in cui spero davvero di potermi risollevare. Siamo scappati dal focolaio e da ciò che ci terrorizzava». Iuliana ammette di aver vissuto giorni di paura smisurata, paura che è cresciuta quando i bombardamenti si sono avvicinati alla sua gente.

«All’inizio erano lontani da casa mia, sentivo le sirene solo in lontananza e questo mi dava l’illusione di non dovermi troppo preoccupare». Poi è caduta la prima bomba, vicino casa: «L’abbiamo sentita mentre eravamo nascosti nel bunker. Ha iniziato a tremare tutto l’edificio. Poi sono arrivate le altre. Sentivamo sirene e bombardamenti, era un continuo uscire e rientrare, tremando per la paura. Trascorrevamo fino a cinque ore e mezza di fila nel bunker. Uscivamo giusto il tempo di salire in casa a fare velocemente colazione. Momenti che non scorderò mai più».

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