Porta Romana
Porta Romana

Uscendo dalla metropolitana alla fermata Crocetta, si notano subito la statua di San Calimero (nello stesso punto da oltre 700 anni) ed il Teatro Carcano. Fino agli inizi del 1800 al suo posto c’era il convento di San Lazzaro ma poi, nel 1803, Giuseppe Carcano decise di costruire il teatro: ebbe grande successo fino all’inizio della “Milano da bere”, quando cambiò veste e divenne un cinema. Oggi è nuovamente un teatro, anche se viene usato come aula dall’Università Statale.

Poco distante, all’inizio di corso di Porta Vigentina, ecco Santa Maria al Paradiso: riedificata nel 1590 ha al suo interno diversi dipinti che originariamente stavano nell’unica delle chiese volute da Sant’Ambrogio (ma che non è arrivata fino a noi) San Dionigi. Questa chiesa è famosa soprattutto perché qui possiamo trovare la celebre pietra forata da San Barnaba. La presenza di questa pietra nella chiesa è origine della festa del Tredesin de Mars (in dialetto milanese: del 13 marzo) ancora viva nel quartiere. Quasi di fronte alla chiesa, è possibile notare quel che resta della cinquecentesca San Bernardo, che purtroppo crollò nel 1970 durante dei lavori di restauro.

Lungo corso di porta Romana si incontra l’ex chiesa di San Pietro dei Pellegrini. Dalla sua origine, probabilmente 1300 fino alla fine del Settecento fu la cappella dell’ospizio omonimo: all’epoca era fuori dalle mura di Milano e accoglieva per due giorni i pellegrini di passaggio in viaggio sulla via Emilia. Sappiamo che era esistente nel 1344 in quanto ci risultano donazioni da parte del già citato Bernabò Visconti. Pochi passi ed ecco piazza Medaglie d’Oro con al centro Porta Romana. Eretta nel 1596 in occasione dell’ingresso di Margherita d’Austria-Stiria, la struttura trae evidentemente ispirazione dagli archi imperiali romani.

CI VEDIAMO IN…
Ca’ Granda

Ca’ Granda, Casa Grande. 12 aprile 1456. E’ questa la data in cui il primo mattone di un capolavoro assoluto della Milano rinascimentale viene posato. A volerlo è il signore della città, Francesco Sforza, appena insediatosi al potere e dunque ben propenso ad opere di pubblica utilità. Dona a Milano il terreno per la costruzione di un ospedale per i poveri, un ospedale pubblico insomma.

Il progetto è affidato al Filarete, architetto suggerito da Cosimo de Medici e a cui lo Sforza affida anche il progetto del nuovo Castello, dando una nuova impronta alla città ed un nuovo impulso alle arti del nord Italia, la giusta scintilla per il movimento rinascimentale già in arrivo. L’ospedale resta operativo fino al 1939 anno in cui la sede è trasferita a Niguarda. Pesantemente bombardato e danneggiato nel 1943, viene ristrutturato ed oggi è sede dell’Università Statale di Milano, portando con se l’eredità sforzesca di un capolavoro lombardo e milanese che restituisce bene l’idea del fulgore di quel periodo.

RETROBOTTEGA
Le camicie di Vittorio Emanuele II dall’Ambrosiana

La storia della Camiceria Ambrosiana, oggi in via Soncino 1, inizia sul finire del 1800 quando Alessandro Agostini, avviò la sua prima camiceria artigianale. Un lavoro fatto di passione, la stessa che viene tramandata ai figli Luigi ed Alfredo che dopo una grande successo (confezionavano camicie per Vittorio Emanuele II e Nicolò Paganini) decisero di trasferirsi a Casablanca nel 1940: qui aprirono una camiceria da uomo.

Luigi torna in Italia nel 1940 ed aprì in via Sirtori la manifattura Lombarda, specializzata nel confezionamento di camice da uomo. Nel 1954 aprì un nuovo laboratorio in via Soncino: lo chiamò Camiceria Ambrosiana. Da allora la cura del dettaglio e la passione sono le medesime: qui l’arte e la maestria del confezionamento si respirano appena entrati. Un piacere tutto milanese.

SE PARLA MILANES
De spèss chi on servizzi l’ha renduu, el ven pagaa con di pesciad nel cuu

La traduzione letterale è per lo meno colorita: spesso chi ha reso un servizio è pagato con una pedata… nel sedere. Questo modo di dire si rifà alle tante situazioni in cui non c’è un giusto (e tempestivo) riconoscimento per il lavoro fatto. Capita, anche ai nostri giorni, che dopo aver speso del tempo per svolgere una mansione, qualunque essa sia, non ci sia il giusto riconoscimento e quello che si riceve in cambio è per l’appunto, un bel niente.


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