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01. 12. 2021 11:20

Cavalieri della Repubblica, c’è anche Riccardo Emanuele Tiritiello: «Io, chef della bontà»

Il giovane studente del Frisi Riccardo Emanuele Tiritiello è stato nominato “Cavaliere della Repubblica”: «Con i miei compagni Ciro De Martino e Aurora Cabri ci siamo messi a cucinare per gli ospedali»

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La parola “eroe” non gli piace, ma anche Cavaliere della Repubblica non gli suona particolarmente bene. Riccardo Emanuele Tiritiello è il più giovane fra i 57 uomini e donne che sono stati nominati dal presidente Sergio Mattarella Cavalieri della Repubblica per come hanno affrontato l’emergenza coronavirus spendendosi per gli altri.

 

Riccardo Emanuele Tiritiello nuovo Cavaliere della Repubblica

C’è l’anestesista di Codogno Annalisa Malara, che per prima intuì che il Covid-19 era arrivato in Lombardia quando si pensava che fosse ancora chiuso fra le mura dell’ospedale Spallanzani di Roma, c’è il professor Maurizio Cecconi dell’Humanitas ed Elena Pagliarini, l’infermiera di Cremona la cui foto, che la ritraeva stremata con la testa sulla tastiera del computer, è stata uno dei simboli della lotta alla pandemia.

Poi ci sono persone che non hanno scelto di salvare vite per professione, come Mahmoud Lufti Ghuniem, rider che ha deciso di comprare di tasca sua mille mascherine e di portarle alla Croce Rossa di Torino o Alessandro Bellantoni, tassista che ha percorso 1.300 chilometri tra andata e ritorno per accompagnare una bambina da Vibo Valentia a Roma per un controllo oncologico.

E poi torniamo a Riccardo Tiritiello, diciannovenne studente all’alberghiero presso l’Istituto professionale Frisi di Milano. Rimasto a casa nell’anno della Maturità, Riccardo si è sentito impotente di fronte all’emergenza che stava colpendo anche la sua città.

Così, insieme ai suoi compagni Ciro De Martino e Aurora Cabri, ha deciso di aiutare medici e infermieri facendo ciò che gli riesce meglio: cucinare. Dal 7 marzo al 17 maggio i tre non si non si sono mai fermati, realizzando e consegnando fino a 350 pasti al giorno per l’Ospedale Sacco, il Niguarda e il San Carlo.

A tu per tu con Riccardo Emanuele Tiritiello

Come hai saputo che eri stato nominato Cavaliere della Repubblica?
«Da un giornalista che mi ha contattato. Al momento non ho ancora ricevuto una comunicazione ufficiale, ma non ho approfondito più di tanto la cosa perché non ho trovato giusto che il riconoscimento sia stato assegnato solo a me e non anche agli amici che fin da subito hanno lavorato al progetto di “Chef in corsia”. Senza di loro non avrei potuto fare niente. Ciro e Aurora, sono miei compagni di scuola, ma soprattutto i miei migliori amici. In più ci hanno dato una mano anche il fratello di Aurora, Michael, e mio fratello Filippo».

Come e quando è nata questa idea?
«Eravamo a casa da scuola e di fronte a ciò che stava accadendo volevamo dare una mano, ma non sapevamo come. A un certo punto mi è venuto in mente di sfruttare le nostre capacità e di metterle al servizio di medici e infermieri. Abbiamo pensato subito al Sacco perché è l’ospedale più vicino al nostro quartiere, Quarto Oggiaro. Inoltre conoscevamo già alcuni infermieri e medici, perché erano già clienti della gastronomia dei miei genitori».

Come è andata la prima volta che siete entrati al Sacco per consegnare i pasti?
«All’inizio è stato difficile perché erano le settimane peggiori dell’emergenza. Vedevamo medici e infermieri stremati e quindi ogni giorno tornavamo a casa con un carico emotivo pesante».

Non avevate paura?
«Sì, però lavorando tutti insieme riuscivamo a farci forza a vicenda e man mano siamo riusciti a non pensarci più di tanto».

Come reagiva il personale degli ospedali?
«Erano contentissimi. All’inizio non se l’aspettavano e alcuni quando ci vedevano arrivare con il nostro carico di piatti pronti si commuovevano».

Cosa cucinavate in particolare?
«Un pranzo completo: primo, secondo, contorno e dolce. Nel frattempo avevamo aperto una raccolta fondi a cui partecipavano gli abitanti del quartiere. Anche Pane Quotidiano ci ha dato una mano».

Vi hanno contattati anche altri ospedali…
«Dopo una settimana ci ha chiamati un medico del Niguarda e poi il San Carlo, ma a un certo punto avevamo talmente tante richieste che non riuscivamo a star dietro a tutte. Poi il 17 maggio abbiamo smesso, sia perché l’emergenza stava finendo, sia perché dovevamo cominciare a prepararci per la Maturità».

Cucinavate nella rosticceria dei tuoi genitori…
«Sì, fin da piccolo li ho sempre aiutati, così, in quei giorni, quando loro chiudevano all’una cucinavamo tutto il pomeriggio, per poi consegnare verso le 19.00 dividendoci fra i vari ospedali».

Cosa ti hanno detto i professori e i compagni del Frisi?
«Sono molto contenti. Non se l’aspettavano da me perché non sono mai stato uno studente modello…».

Da dove dove proviene questo tuo senso di solidarietà?
«Mi è venuto spontaneo vedendo la situazione, così come agli altri del gruppo».

Dopo il diploma cosa pensi di fare?
«Non ho ancora le idee chiare, ma mi piacerebbe girare il mondo lavorando in cucina. In futuro vorrei aprire un mio ristorante. Ma la cosa più importante per me è continuare a mantenere un forte legame con i miei amici».

Pensi che dopo questa esperienza potrai unire ancora la tua passione per la cucina con la solidarietà?
«Questa esperienza mi ha fatto crescere e rimarrà sempre dentro di me. Non è detto che un giorno non possa ripeterla in qualche altra forma».

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