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22. 09. 2021 13:20

CeOM, un “antidoto” per gli uomini violenti: «La nostra rete solida per prevenire gli abusi»

La criminologa Francesca Garbarino presenta il CeOM, nuovo centro milanese per il sostegno e il trattamento degli uomini violenti

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Da pochi giorni è attivo il CeOM, un Centro di Orientamento e Monitoraggio che si occupa di accogliere le richieste di trattamento degli uomini violenti o a rischio di commettere atti violenti nell’ambito delle loro relazioni.

Si tratta del primo tassello del progetto sperimentale U.O.MO. realizzato da ATS Milano insieme a sei realtà: CIPM, Fondazione Somaschi Onlus, Associazione Culturale Forum Lou Salomè, Cooperativa Sociale Onlus Dorian Gray, Progetto SAVID – Università Statale di Milano e Centro Ricerca ADV dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. «La caratteristica comune degli uomini che si presentano è la difficoltà a gestire le relazioni intime», spiega a Mi-Tomorrow Francesca Garbarino, coordinatrice del Progetto U.O.MO. e criminologa del CIPM.

CeOM per aiutare e prevenire

Innanzitutto perché questa iniziativa?
«Per la sicurezza delle vittime, in primis. La violenza di genere è un tema complesso che va affrontato a 360 gradi: si è partiti dalla tutela delle donne, adesso si passa a trattare gli autori di queste azioni e la cultura di fondo della violenza. È un intervento integrato e previsto dalla Convenzione di Istanbul: il CeOM è il primo centro di questo tipo in Italia».

In particolare, cosa contraddistingue CeOM?
«Il progetto è innovativo per l’idea di creare una rete molto solida di servizi tra città e hinterland che collaborano per prevenire la violenza e soprattutto la recidiva in questi uomini. È fondamentale la sinergia con i centri che si occupano di tutela delle vittime. Ci sono programmi sia singoli, sia di gruppo guidati da diversi professionisti a seconda della situazione: criminologi, psicologi ed educatori».

Come arrivano nel centro questi uomini?
«In diverso modo, cerchiamo di fare molta sensibilizzazione culturale. L’ideale sarebbe che la persona venisse di sua spontanea volontà. Ma si può arrivare qui anche attraverso la prevenzione secondaria, ossia la segnalazione dalle istituzioni di chi ha già commesso dei reati in ambito domestico».

Qual è l’identikit di chi arriva da voi?
«La caratteristica comune degli uomini che si presentano è la difficoltà a gestire le relazioni intime, divenendo così soggetti violenti. Il fattore critico, comunque, è quello culturale: una disuguaglianza di genere molto forte alla base. Sono persone che hanno bisogno di aiuto ed evidentemente da sole non possono farcela».

Quanto dura mediamente un percorso riabilitativo?
«Circa un anno, poi chiaramente dipende dal singolo caso».

Secondo la vostra esperienza, quali e quante sono le possibilità di successo?
«I numeri che abbiamo sono incoraggianti. Secondo i dati del protocollo Zeus (raccolti da aprile 2018 ad aprile 2021, ndr) sottoscritto dalla Questura di Milano con il CIPM, la recidiva è del 10%. Prima di questo periodo noi del CIPM abbiamo calcolato un 3%. C’è da dire, però, che non ci sono mai stati prima dei fondi per lo studio preciso delle statistiche, mentre ora, grazie al Centro Ricerca ADV dell’Università Bicocca, ci sarà finalmente una valutazione scientifica. È importantissimo».

A distanza di alcuni mesi dai lockdown, si è consolidata una tendenza in negativo?
«Sicuramente la situazione di chiusura forzata in casa ha facilitato maggiori casi di violenze, rendendo più complicato chiedere aiuto. Noi abbiamo continuato a lavorare anche da remoto nei mesi peggiori della pandemia, ma ovviamente gli incontri di persona hanno un effetto maggiore su questi uomini».

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