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01. 12. 2021 11:43

Come spiego a mio figlio questi mesi? Parola all’esperta

La neurologa e neuropsichiatra infantile Silvia Bergonzoli presenta il libro Virus e altri guai

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Silvia bergonzoli
Silvia Bergonzoli

«Comunicare in modo semplice ma dicendo sempre la verità, evitare silenzio e bugie», questa l’assunto della dottoressa Silvia Bergonzoli, neurologa, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta. Sapere come parlare con i bambini non è facile soprattutto in situazioni inedite come quelle a cui il Covid ci ha abituato: ecco allora Virus e altri guai, che si propone di diventare una guida utile per tutti i genitori.

Dottoressa, quando ha pensato a questo libro? 

«Virus e altri guai nasce dalla constatazione che i bambini siano stati i dimenticati durante l’emergenza sanitaria dei mesi scorsi. La pandemia ha rappresentato un evento traumatico che ha cambiato anche le loro abitudini. È un modo per aiutare i bambini a creare una narrazione di quel periodo per così dire “sospeso”, è possibile farli sentire più capiti se si costruisce con loro una relazione empatica».

A chi si rivolge?

«In primis ai genitori di bambini dai 3 agli 8 anni, ma anche a insegnanti e tutti coloro che hanno a che fare con il mondo dell’infanzia. Sono spunti di riflessione fatti di poche parole e molte immagini, colorate ed efficaci. L’intento è che il libro possa diventare una guida efficace per relazionarsi con i più piccoli, non solo ora ma anche in futuro per altre situazioni in cui può diventare difficile comunicare con loro».

Ha scelto di evidenziare l’importanza nella scelta dei termini. Qual è la differenza, ad esempio, tra distanziamento sociale e sanitario?

«Il termine “sociale” evoca un’accezione più negativa, richiamando l’idea che non possiamo vedere l’altro. Invece “sanitario” fa riferimento alla sanità quindi alla salute, mette meno ansia rispetto a un richiamo al divieto della socialità. È importante far capire al bambino che è il dottore a dire che per non ammalarci dobbiamo stare a distanza, però è possibile vedere comunque i compagni a scuola».

Quali pensa siano le problematiche e i rischi più grandi per loro?

«Possono presentarsi sintomi psicosomatici da situazioni post traumatiche da stress come cefalea, coliche addominali, dermatiti. In altri casi potrebbero esserci problematiche legate al comportamento dei bambini come irrequietezza, isolamento, disturbi del sonno o dell’alimentazione, l’assunzione di comportamenti che avevano quando erano più piccoli. Difficoltà di concentrazione e apprendimento sono altri segnali molto importanti del disagio di un bambino».

Come possono agire i genitori in queste situazioni?

«Gli adulti devono saper attribuire un significato a questi sintomi e ai comportamenti, non isolarli mai dal contesto generale. Non vederli come capricci, ma una richiesta d’aiuto che il bambino invia all’esterno».

A proposito di apprendimento, quanto è importante il mantenimento della didattica in presenza per i più piccoli?

«Fondamentale, è stata fatta una scelta giusta. Per i bambini la fisicità del vedersi e l’avere una persona di riferimento è tutto».

È possibile impedire che questo periodo anomalo resti nella mente dei bambini come un trauma?

«Credo si possa fare ripercorrendo insieme questi mesi e creandone una narrazione condivisa, dai momenti meno positivi a quelli belli passati insieme facendo attività, come ad esempio preparare una torta. Questa operazione permette loro di elaborare le tracce che rimangono dalle situazioni traumatiche».

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