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24. 06. 2021 05:41

Coronavirus, Remuzzi: «L’aumento dei contagi non preoccupa. Il virus circola meno in Lombardia»

Il prof. Remuzzi dell'istituto Mario Negri di Milano fa il punto sull'attuale situazione epidemiologica

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Il coronavirus torna a preoccupare. Tuttavia in Lombardia sembra che la situazione dei contagi sia maggiormente contenute rispetto alle altre regioni. Il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha cercato di fare il punto della situazione in un’intervista al Corriere.

Cambia il virus. «Dove è circolato tanto in passato a me sembra che il virus circoli molto meno e con effetti diversi. C’è una buona dose di immunità diffusa, anche se non possiamo assolutamente considerarla di gregge», ha dichiarato il prof. Remuzzi.

Nelle aree più colpite come la Lombardia gli abitanti hanno sviluppato una propria immunità, che è ancora lontana dalla tanto discussa immunità di gregge, ma che spiegherebbe in parte il contenimento dei contagi.

remuzzi coronavirus

«Una parte della popolazione potrebbe già essere stata esposta in passato a qualcosa di simile al Covid – ha sottolineato il professore – e il nostro sistema immunitario potrebbe conservarne memoria. Una formidabile macchina per i ricordi, sa riconoscere tutto quello che ha visto. Ad ogni nuovo incontro la memoria si rafforza e si espande grazie alle memory T cells che viaggiano instancabilmente nel nostro torrente circolatorio».

Aumento contagi. La crescita dei positivi non spaventa particolarmente il direttore dell’istituto Negri. «Molto spesso dipendono dall’aumento di tamponi che si fanno – ha affermato Remuzzi -. Più cerchi, più trovi casi, dato che il virus comunque circola in una società tornata aperta. Dobbiamo tenere gli occhi spalancati sull’andamento dei ricoveri».

Neanche l’aumento delle terapie intensiva sembra destare particolare preoccupazione. ««Il 3 aprile in Lombardia c’erano 1.444 persone intubate – ha aggiunto il professore -. Oggi sono 42, e molti sono ricoverati da tempo. Nella fase più critica, da noi moriva il 50% delle persone in terapia intensiva, oggi il 5%».

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