Una petizione e tante storie dal Trivulzio. Privitera: «Vogliamo che facciano il tampone a tutti»

Una petizione e ancora tante storie dal Trivulzio, tra chi ha perso dei cari e chi teme che ciò possa avvenire presto. Il promotore Privitera: «Gli anziani non sono materiali di scarto»

Pio Albergo Trivulzio - tampone
Pio Albergo Trivulzio - tampone

Gianfranco Privitera, figlio di una paziente del PAT, è il promotore della petizione lanciata su change.org rivolta al ministro Speranza: «Vogliamo che a tutti gli ospiti e al personale del Pio Albergo Trivulzio e delle RSA venga fatto il tampone di verifica del Covid-19 – la richiesta esplicita della petizione –. Vogliamo sapere come vengono curati. Gli anziani sono persone e non materiali di scarto. Lo vogliamo subito, è già troppo tardi».

 

 

Gianfranco Privitera, «Vogliamo che al PAT facciano il tampone a tutti»

Privitera
Privitera

Chi ha ricoverato al PAT?
«Mia madre. È lì da più di un anno. Soffre di Parkinson, ma l’avevamo portata al Trivulzio in seguito ad una frattura del femore. Dopodiché abbiamo pensato di lasciarla in struttura in quanto più protetta e curata rispetto casa».

Si è sempre trovato bene?
«Sì, la struttura è molto bella e tutto il personale dai medici agli infermieri è sempre stato molto disponibile. Certo, ogni tanto c’era qualche inserviente un po’ brusco, ma nulla di preoccupante».

Fino a quando ha potuto far visita a sua madre?
«Fino circa alla metà di marzo. Mi era concesso visitarla all’ora di pranzo e cena».

All’epoca qualcuno degli operatori indossava i dispositivi di protezione?
«Nessuno. Anzi, ero io a munirmi di mascherina prima della visita: avevo paura di trasmettere anche solo qualche banale sintomo influenzale».

Riesce a sentire sua madre?
«La struttura organizza una videochiamata alla settimana».

Come sono le sue condizioni?
«Due giorni fa ho avuto l’esito del tampone a cui è stata sottoposta. È risultata positiva, anche se asintomatica».

È stata isolata?
«No, è rimasta nella stanza singola che ha sempre occupato. Anche dopo il tampone si è sempre recata a far pranzo nella sala comune. E poi non è stata sottoposta ad alcuna terapia anti-Covid. Mi sembra assurdo che non si faccia ancora nulla».

Lei si è fatto promotore di una petizione rivolta direttamente a Speranza.
«Esatto. Al momento dello scoppio dello scandalo ho iniziato a scrivere alla direzione diverse mail per sapere se venissero effettuati i tamponi, se ci fosse abbastanza personale medico e per avere delle rassicurazioni sulla situazione interna».

Ha ricevuto risposte?
«Dopo vari tentativi, il 30 marzo ricevo una risposta dalla direzione sanitaria, nella quale si afferma che il tampone può essere eseguiti solo in ospedale. In pratica nulla di diverso da quanto riportato nel bollettino del PAT pubblicato il giorno prima».

Da qui, quindi, l’idea della petizione.
«Ho scritto direttamente al Ministero affinché intervenisse al più presto. La petizione ha raccolto oltre 60.000 adesioni».

Il ministro ha risposto?
«Dopo svariati giorni di silenzio ho ottenuto una risposta dalla segreteria in cui, in maniera burocratica ed elusiva, mi si diceva che erano in corso tutti gli accertamenti del caso».

Tutto qui?
«Da un lato sta andando avanti l’inchiesta della magistratura per accertare le responsabilità in questa tragedia, mentre dall’altro gli ispettori sanitari cercano di capire se sono state rispettate le disposizioni. Ma il problema principale, al momento, non è questo».

Ovvero?
«Il governo deve intervenire immediatamente per garantire la sicurezza all’interno della struttura e salvare la vita di tutti i pazienti ancora presenti».

Chi pensa siano i veri responsabili?
«Si sta facendo tanta speculazione contro medici e personale sanitario. Noi abbiamo moltissima stima nei loro confronti e sono vittime come noi. La colpa è di chi ha gestito in maniera così disorganizzata l’emergenza».

La rassicura la presenza di Pregliasco come supervisore?
«Il comitato dei parenti ha già richiesto più volte di parlare con lui. Al momento non ci è stata data alcuna risposta. Ma dopo le dichiarazioni rilasciate alla trasmissione Agorà su Raitre, mi sembra che sia soprattutto passato all’attacco dei parenti e della stampa».

Le voci dei parenti dei pazienti del PAT

«Contagiata dalla compagna di stanza»
Fabio Scottà, figlio di una paziente del PAT

Mia madre aveva 88 anni. Era ricoverata al Pio Albergo Trivulzio da circa due. Soffriva di demenza senile, ma non in una forma particolarmente grave. A livello fisico era ancora in buone condizioni.

A metà marzo i medici mi avvisarono che mia madre aveva la febbre. La temperatura non era altissima, intorno ai 37,5 gradi. E poi alcuni giorni sembrava che sparisse per poi, invece, ripresentarsi il giorno successivo. Chiesi la possibilità di sottoporla ad un tampone, ma mi venne comunicato che venivano effettuati solo nelle strutture ospedaliere.

Mia madre era ricoverata al reparto Fornari, dedicato ai malati di Alzhaimer. Ho scoperto poco tempo che la sua compagna di stanza era risultata positiva al Covid-19. Fu trasferita in ospedale, pochi giorni dopo morì. Credo non sia difficile ipotizzare che sia stata lei a trasmetterle il virus. Le condizioni di mia madre si sono aggravate intorno al 13 aprile. Essendo troppo anziana non è stata possibile intubarla ed è rimasta nel proprio reparto fino alla fine.

Ricordo la sua ultima videochiamata: non era più la stessa. Non era più come l’avevo lasciata ad inizio marzo. Gli ultimi giorni è andata completamente in crisi. Era agitata, non voleva più la mascherina. Senza più il supporto quotidiano mio e di mio fratello, si sentiva perduta.

Solo il 19 aprile, dopo ormai più di un mese dai primi sintomi, è stata sottoposta al tampone, del quale sto ancora attendendo i risultati, anche se non ho dubbi sulla sua positività. Alle 4 del mattino del 20 aprile è arrivata la chiamata che non avrei mai voluto ricevere: una voce dall’altro capo del telefono mi dice che era morta.

La delibera della Regione dell’8 marzo, quella in cui si chiedeva alle Rsa di ospitare i malati di Covid-19, è stata un atto criminale. I medici e gli operatori hanno fatto sempre ciò che era possibile: i responsabili sono più in alto. Era dovere degli amministratori entrare al Trivulzio e accertare che fossero rispettate tutte le disposizioni. Ora vogliamo giustizia: lo dobbiamo ai nostri genitori.

«Non credo riuscirà a vincere la battaglia»
Rita Pucci, sorella di una paziente del PAT

Mia sorella era ricoverata al Pio Albergo Trivulzio a causa di alcuni problemi di artrosi che le impedivano di camminare. Era spesso costretta sulla sedia a rotelle. Dicono che il coronavirus colpisca soprattutto gli anziani, ma lei è relativamente giovane: ha solo 64 anni.

La nostra famiglia è sarda, io vivo attualmente in Sardegna. Mia sorella è stata l’unica ad andarsene: suo marito era milanese e quindi decise di trasferirsi nel capoluogo lombardo. Dopo la morte di mio cognato, rimase completamente sola in città. Milano era ormai casa sua e non voleva abbandonarla. Ma date le sue precarie condizioni fisiche, chiesi aiuto alla parrocchia per trovarle una sistemazione in cui fosse protetta e accudita. La scelta ricadde sul Trivulzio. Mia sorella era molto soddisfatta della struttura e di come la trattassero all’interno: mai una lamentela. Ci sentivamo almeno due volte a settimana e la dottoressa mi rassicurava sempre sulle sue condizioni.

Da qualche tempo, aveva la febbre. La temperatura, nonostante gli antibiotici, non voleva scendere. Era ricoverata nel reparto San Vito, il reparto di fisioterapia, quello diventato tristemente famoso come focolaio del virus all’interno del Trivulzio. Non faccio fatica a pensare che mia sorella abbia contratto il Covid lì dentro, anche se non posso averne certezza. I tamponi non venivano effettuati in struttura.

Il 16 aprile la sua situazione si è aggravata. La febbre continuava ad aumentare e lei non era più vigile. È stata così trasferita al San Giuseppe dove, una volta sottoposta al tampone, è risultata ovviamente positiva. Tutt’oggi provo a mettermi in contatto con l’ospedale, ma al momento non sono ancora riuscita a ricevere notizie. Temo per il peggio: non credo che mia sorella riuscirà a vincere questa battaglia.

Ho lavorato per tanti anni come infermiera professionale. So bene quali siano le procedure da seguire in certe situazioni e sono sicura che siano stati commessi degli errori gravissimi. La dirigenza sanitaria è composta solo da burocrati a cui non interessa il bene delle persone.

«In reparto Covid, senza sapere se è positiva»
G.T., figlia di una paziente del PAT

Mia madre ha 87 anni. Da diverso tempo soffriva di anemia. Proprio durante un controllo legato alla sua patologia, ci siamo resi conto che nei valori c’era qualcosa di insolito. Non potendola trasportare in ospedale per degli esami più approfonditi, il medico del Trivulzio ha suggerito di sottoporre la mamma ad una lastra. Dall’esame è emersa la presenza di un focolaio di polmonite in uno dei due polmoni.

Fin da subito è stata sottoposta ad una cura antibiotica. Le venivano somministrati anche farmaci contro l’artrite e l’eparina, che alcuni studi suppongono siano utili per contenere il Covid-19. Dopo una settimana, i medici hanno eseguito una seconda lastra: un nuovo focolaio di polmonite aveva attaccato il secondo polmone.

Ho chiesto di sottoporla ad un tampone, ma non è stato possibile. Dall’Ospedale Sacco arrivano a malapena 10 tamponi al giorno. I pazienti ancora in struttura sono circa mille e a questi va aggiunto tutto il personale medico potenzialmente a rischio contagio.

Mia mamma, senza aver la certezza che fosse positiva, è stata spostata in un reparto dedicato ai malati di Covid-19. La cosa non mi lascia per nulla serena: se mia madre non fosse positiva e si contagiasse proprio in quel reparto? E fosse positiva e contagiasse altre persone sane nel reparto? Non attribuisco la colpa di questa situazione al personale medico. Lavorano in condizioni estreme e sotto personale: non li ringrazierò mai abbastanza per quello che fanno. I responsabili vanno cercati a monte, tra la direzione sanitaria e gli amministratori della Regione. Come si è potuto anche solo immaginare di trasferire i malati di Covid nelle Rsa?

Nel Trivulzio e in tutte le altre case di riposo, ci sono i soggetti più deboli. Non potevano reggere una situazione del genere. Sono giorni che cerco di avere rassicurazioni dalla direzione sanitaria sulle condizioni all’interno della struttura. Ho scritto diverse mail per capire se l’epidemia nei reparti sia al momento sotto controllo. Non ho ottenuto alcuna risposta.

Nuove acquisizioni al Palazzolo-Don Gnocchi

di Christian Pradelli

Ieri mattina è tornata di nuovo all’istituto Palazzolo-Don Gnocchi la squadra della polizia giudiziaria, guidata da Maurizio Ghezzi, del dipartimento salute, ambiente, sicurezza, lavoro della Procura milanese. Obiettivo: completare l’attività, iniziata lo scorso 21 aprile, di acquisizione di documenti, tra cui cartelle cliniche dei pazienti positivi al Covid e di anziani deceduti, statuti e regolamenti di Regione Lombardia e disposizioni dell’Ats in merito all’emergenza. Quel giorno erano scattate anche le perquisizioni della Guardia di Finanza nella struttura. Il Palazzolo-Don Gnocchi, che ha anche depositato una memoria difensiva col legale Stefano Toniolo, ha sempre ribadito che non c’è stata alcuna negligenza in relazione ai contagi e nell’atto ha parlato anche della “penuria” di mascherine nella fase più difficile dell’emergenza.

Istituto Palazzolo-Don Gnocchi
Istituto Palazzolo-Don Gnocchi

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