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06. 05. 2021 11:39

Malika Ayane, una milanese in Riviera: «Milano, sei settantotto città insieme»

C’è una storia tutta da scoprire dietro Ti piace così, il brano con cui la milanese Malika Ayane è tornata a Sanremo: «In un weekend ho capito quanto conta la qualità di quello che fai»

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Quinta volta, sempre in punta di piedi. Sempre eterea come solo Malika Ayane sa essere. Da Milano a Sanremo nel vero senso della parola, visto che la Madonnina è il suo mondo fatto di «settantotto città tutte insieme». Ad ogni partecipazione al Festival ha sempre lasciato un segno e anche in questa occasione si ergerà come voce di rifermento del cantautorato contemporaneo. Si diverte (e continuerà a farlo fino a sabato) sulle note di Ti piace così, inedito di pubblicazione ma anche d’animo. Nato in un momento particolare, come racconta a Mi-Tomorrow.

Qual è la genesi di Ti piaci così?
«È nata l’anno scorso, proprio in questi giorni. Un attimo prima della chiusura. È una storia molto divertente: ero andata a Berlino insieme a mia sorella, che vive in Inghilterra e con cui ci incontriamo ogni tanto da qualche parte per non essere troppo ripetitive».

Quindi che cosa è successo?
«Ci siamo prese un po’ di tempo, un fine settimana per stare noi senza fidanzati. Siamo andate a ballare in questo posto dove era una vita che volevo andare. È un locale un po’ fighetto ma interessante, sotto un ponte della U-Bahnhof Berlin-Friedrichstraße».

L’Inizio non è male, in effetti.
«Ci apre un signore con il cilindro e c’era uno dei De La Soul che metteva i dischi, quella sera. È stato un weekend strepitoso, 32 ore passate insieme e vissute istante dopo istante. Al mio rientro mi sono ritrovata nella situazione opposta: a cena con quelli che vanno a mangiare con il cartonato del famoso e non gli frega nulla delle persone che ha di fronte».

E che hai fatto?
«Dopo una situazione al limite del grottesco mi sono alzata, ho pagato il conto e me ne sono andata. Il giorno dopo mi sono trovata a fare la prima riflessione su quanto sia importante la qualità di quello che fai, sul fatto che non ci sia tempo per assecondare troppo la vanità o altre cose degli altri. Insomma, dobbiamo pensare a stare bene, perché in un attimo può cambiare tutto».

Una perfetta riflessione soprattutto in quest’ultimo anno: a proposito, quali sono state le tue valvole di sfogo negli ultimi tempi?
«Per fortuna ho il sacco a casa, me lo ha regalato il mio fidanzato l’anno scorso per Natale, quindi senz’altro dare un po’ di pugni mi ha aiutato, mi sono autosedata. Ho capito che tante persone si sono sentite nello stesso modo, talmente smarrite da andare in riserva energetica di emozioni per non stare male, per non sentire quella consapevolezza d’impotenza che a volte può schiacciare».

Quando, invece, si è tornati ad una pseudo normalità?
«Nel momento in cui ci hanno liberato mi sono sfogata stando il più possibile all’aria aperta, in mezzo alla natura, camminando e facendo tutto quello che mi piace. Tuttavia sapevo che sarebbe arrivata una seconda chiusura, anche se più misurata. Mi sono abbuffata sino alla fine di settembre, andavo al cinema tutto il giorno, sono andata a vedere qualsiasi cosa».

Questa canzone potrebbe essere anche un bellissimo messaggio per un figlio adolescente, sempre più legato ad un mondo virtuale e meno reale.
«Io non sono una grande fanatica dei messaggi nelle canzoni, nel senso che secondo me le canzoni possono raccontare delle cose in cui uno si immedesima e poi le interpreta come vuole».

Insieme ad Arisa, Annalisa, Ermal Meta, Francesco Renga, Gazzè e Noemi, sei tra i “veterani”.
«L’ho sentita anch’io questa cosa: è stato interessante vedere come siamo ormai quelli della “vecchia barricata”. Quando si parla dei miei “platini” parliamo di copie comprate: in questo c’è dietro la scelta di uscire di casa, vestirsi, cercare il disco, andare alla cassa, vedere quanto costa».

Ti fa così strano?
«Ci sono proprio due tipologie di ascoltatori, a mio parere: il consumatore e il devoto. Ad esempio, non è vero che i Coma Cose piacciono ai ragazzini: piacciono anche ai ragazzi però la spaccatura con l’accetta che hanno dato quelli dello streaming (o funziona una cosa o l’altra) la trovo un po’ troppo drastica. Io penso a Gazzè, che non buca mai un tour ed è sempre stimato».

Che Sanremo è?
«Diciamo che si gioca zero a zero. Radio Zeta ha investito un sacco su quella che consideriamo la musica alternativa proprio per approcciare un target, l’anno scorso il disco nuovo di Colapesce e Dimartino lo passavano praticamente solo loro».

Quest’anno che cos’hai in mente per la serata dei duetti?
«Ho un’idea bellissima, ma non so se si può realizzare visto che Elvis Costello non me lo fanno invitare neanche quest’anno. Ho un’idea interessante di performance, ma navighiamo a vista: bisogna prepararsi ad accontentarsi della sottoscritta e non è male perché abbiamo fatto un arrangiamento strepitoso».


Che reazione ti piacerebbe avesse il pubblico che segue questo Festival?
«Da me ci si aspetta che la gente si commuova e pianga, che arrivi proprio uno schiaffone. Sugli ospiti a supporto, sono sempre stata dell’idea che sia bello condividere il palco. L’ultima volta c’era la mia band con Pacifico e tanti amici ballerini. Ricordo il top con Gino Paoli: è stato punk vero».

Stai preparando qualcosa di particolare dal punto di vista scenografico?
«È la prima volta che non ho una ballad. È il tipico brano che sembra tutto facile, poi ogni volta che lo ascolti dentro c’è una cosa nuova: l’arrangiamento di Mendoza e dell’orchestra lo abbiamo tenuto solo per il palco perché sarebbe diventata veramente mastodontica».

In ordine, hai ottenuto un quinto, quarto, terzo e secondo posto. Per la legge dei grandi numeri…
«Sto bene così, anche perché secondo me i quinti e i quarti posti un po’ se li sono inventati per non dirmi che era andata male. Nessuno va mai a vedere la classifica, ma va bene così se il pezzo in radio funziona bene e se, appena si può tornare a fare i concerti, la gente continuerà a voler venire a sentirmi».

E il disco?
«Mi auguro tanto che piaccia perché sono proprio presa bene. È un bel lavoro: questo per me è quello che conta. Poi a Sanremo ci vado come si va ai Festival del cinema: ognuno porta la sua arte, c’è chi vince e ben per lei o lui. Io sono felice e basta».

Sei del segno dell’Acquario: avere una grande affinità lavorativa con i tuoi compagni è fondamentale per te?
«Sì, sarà che – ne parlavo con una coreografa qualche tempo fa – è anche difficile incontrare gente diversa, no? Cioè gente fuori dall’ambiente. Non potrei stare mai con una persona insensibile o che non ama la musica, o magari può anche capitare che non conosca certe cose, però senz’altro avere la sensibilità necessaria per poterle poi capire e viceversa».

Milano è la tua città: cosa ami di questa metropoli?
«Milano a me piace tantissimo perché è scalcagnata. Da sempre. Se ci pensi, abbiamo un centro piccolissimo poi una serie di zone popolari residenziali arroccate una sopra l’altra, come se fossero settantotto città mese tutte insieme».

Come darti torto…
«Un pezzetto per volta, ogni parte sta prendendo la sua personalità. Si piace così. Ogni quartiere sta iniziando a prendere un’identità diversa e a riconoscersi nella sua bellezza. Questo è il bello di Milano, non tante città riescono a farlo: è bella e a volte non si vergogna di essere un mezzo disastro».

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