ghemon
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Nato ad Avellino, ma milanese di adozione: Ghemon – all’anagrafe Giovanni Luca Picariello – presenta a Sanremo un brano diverso da quel rap che lui stesso rappresenta da diversi anni: Rose Viola è il perfetto equilibrio tra cantautorato e rap tradizionale. Con una marcia in più.

Ghemon, debutti al Festival con una forma di rap trasversale.

«Se il Festival continua ad essere rilevante in questo Paese, incarnando la manifestazione musicale su cui vengono maggiormente puntati gli occhi ogni anno, risulta fondamentale garantire che determinate cose vengano fuori così visibilmente attraverso la sua copertura. Nel mio caso l’intento è quello di portare un genere inedito. Se nella prima generazione di rap c’erano tante sfaccettature diverse e in quella successiva si sono scoperte altre, magari più moderne, oggi si può e si deve parlare di qualcosa di nuovo».

Ovvero un rap 3.0?

«Esattamente. Il mio desiderio è quello di andare oltre certi aspetti stilistici del rap tradizionale. Riporto l’anima di questo genere con l’immediatezza più naturale del mondo. Come umani e come artisti siamo diversi ed è giusto che ognuno di noi possa avere la libertà di poterlo esprimere al meglio».

Esperienza al cardiopalmo?

«Le giornate al Festival volano rapidamente tra preparazione e tutto il “contorno” che ruota attorno alla sua partecipazione. Si tratta di emozione, più che di tensione effettivamente».

Sei stato tra i protagonisti della scorsa Milano Music Week. Come è stato cimentarsi come docente?

«Al CPM Institute (lo scorso 19 novembre, ndr) ho vissuto un’esperienza molto particolare, sebbene mi senta effettivamente ancora come uno studente nella mia quotidiana ricerca di evoluzioni riguardo i miei aspetti musicali. Si è rivelato estremamente stimolante scoprire una diversa prospettiva di chi racconta e spiega la musica: più che altro si è trattato di una condivisione, non di una lezione. Ho incasellato tutti i pezzi di percorso che ho fatto fino ad ora, magari utili per la crescita di qualcu’altro».

Da Avellino a Roma, da Roma a Milano.

«Mi sono trasferito a Milano nel 2010 e dopo nove anni di permanenza non la cambierei con nessun’altra al mondo. Qui ho trovato la mia dimensione. Al di là dell’aspetto lavorativo, Milano è una città che mi fa sentire parte di lei. Appartiene a tutti coloro che la sanno rispettare e conquistare ogni giorno. Non tutte le città, purtroppo, concedono questa possibilità».

I poli di maggior ispirazione?

«In realtà il luogo da cui traggo più ispirazione è la metropolitana, in particolare la linea lilla, quella che uso più spesso. Scelgo la metropolitana perché è il mio contatto più diretto con la realtà, attraverso il suo momento di analisi più lucida sulle persone che la frequentano. Senza di questo non potrei scrivere, e di conseguenza le mie canzoni non risulterebbero così vere come sembrano».

Un sogno nel cassetto?

«Approdare allo stadio, accesso riservato a pochi. Ma preferirei andare per gradi, continuare il mio percorso passo dopo passo, sperando di avere tanti anni di carriera nel mio futuro. Tra queste fasi intermedie rientra il Forum di Assago. E spero che non sia neanche così tanto lontano da raggiungere».

All’Ariston con Rose Viola

In duetto con Diodato, Calibro 35


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