negrita
negrita

Citano «barche senza torto» e «un comandante a cui conviene il gioco sporco», eppure i ragazzi stanno bene: sedici anni dopo la loro unica esperienza all’Ariston, i Negrita sono tornati a Sanremo con la voglia di responsabilizzare le future generazioni. «Siamo padri di famiglia e ci sentiamo di aprire questa finestra di speranza», spiegano a Mi-Tomorrow.

Perché Sanremo?

«Nel 2003 ci dicemmo “mai più”, fu un’edizione da dimenticare non solo per i nostri esiti (arrivarono penultimi con il brano Tonight). L’anno scorso la direzione artistica di Baglioni si è rivelata validissima, forse perché lui è un musicista».

È stato lui a convincervi?

«Abbiamo anche un pezzo che si adatta bene alla situazione, ma certamente la sua presenza ha contribuito alla nostra decisione».

Chi sono oggi i Negrita?

«Sono cinquantenni innamorati del lavoro che fanno da più di trent’anni. Abbiamo ancora una grande voglia di esprimerci con tanta benzina che, se persa, può indurre ad attaccare gli scarpini al chiodo. Sentiamo di avere ancora tanta esuberanza creativa e non vediamo l’ora di esprimerci ogni qualvolta ci viene offerta una possibilità. E anche quando non ci viene data, ce la prendiamo».

Il vostro brano I ragazzi stanno bene è una critica alle politiche di questo Governo?

«Tutto il testo riporta ai temi dell’attualità. Visti i trascorsi delle ultime settimane, è giusto che si punti il faro su passaggi specifici del nostro brano. E’ vero, noi abbiamo cercato di rappresentare le cose che non ci tornano nel panorama sociale italiano, ma, al di là di questo segno “meno”, vogliamo equilibrarlo col segno “più” di una speranza gettata prepotentemente addosso alle nuove generazioni».

Puntate sui futuri adulti?

«Siamo cinquantenni anche padri di famiglia, tutti i giorni ci confrontiamo con i giovani che diventeranno adulti tra qualche anno. Di conseguenza, ci sentiamo responsabilizzati nel nostro lavoro».

Come ci si sente nei panni di genitori-artisti?

«Essere genitori è difficilissimo, nel testo abbiamo cercato di aprire questa finestra di speranza. Le nuove generazioni non hanno abbastanza orecchio per ascoltare bene il presente, ma bisogna confidare in loro per dare una svolta all’Italia del futuro».

È più difficile essere padri oggi?

«Dipende dai figli, con noi ad esempio i nostri genitori hanno avuto da fare…. al di là della battuta, ora è più difficile. Alla fine degli anni Sessanta il ruolo di genitore era secolare, ripetuto e tramandato con schemi piuttosto consolidati. Adesso ci troviamo in un mondo che ha perso letteralmente i confini spazio-temporali, forse per questo è difficile decifrare la realtà e, quindi, reagire».

Colpa dei social?

«I giovani di oggi sono nativi digitali, è un passo storico. Molte informazioni le prendono in rete, ma sono convinti che sapranno leggere la realtà perché se la stanno inventando loro».

Eppure quel riferimento a navi, porti e ad un comandante suona come denuncia…

«E’ un passaggio della canzone che parla di tante cose, non nascondiamo il fatto di realizzare brani che criticano. In realtà è l’aspetto umano che ci colpisce, il fatto che ci sia gente costretta a scappare dalla propria cosa. E’ qualcosa che dovrebbe toccare il cuore di tutti».

Nella nuova raccolta ci saranno altri due singoli inediti, che cosa vi ha ispirato?

«Sono due pezzi piuttosto diversi da quello di Sanremo. Andalusia ha un’aria più estiva e solare, con un po’ di reggae all’interno, racconta la difficoltà di essere artisti oggi. L’altro si intitola Adesso Basta, è una folk ballad, molto contemporanea, racconta le vicissitudini di una band, la nostra, che vive di amore e odio. Il brano è una sorta di lettera a noi».

Per fare pace?

«Per dire “Adesso basta, raga. Stop al panico”».

Partirete in tour?

«Non lo abbiamo ancora deciso, magari stiamo stati sciocchi o magari furbi. Aspettiamo la fine dell’avventura sanremese».

All’Ariston con I ragazzi stanno bene

In duetto con Enrico Ruggeri, Roy Paci


www.mitomorrow.it

www.facebook.com/MiTomorrowOff/