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07. 08. 2020 11:00

Don Gino Rigoldi: «Rogoredo è un ghetto, va chiuso»

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Non esiste solo la Milano della moda, del design, della finanza, dei quartieri glamour. C’è anche un’altra Milano dove la vita è faticosa e problematica sin dalla prima età: lo ha ricordato con la consueta passione don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere Beccaria, intervenendo alla trasmissione Mi-Tomorrow Live in onda sul canale Milanow.

Come vede la città del post Expo?

«È molto condizionata dall’economia, ma osservo che si cerca poco la comunità, lo stare insieme: come prete sono preoccupato perché il comandamento dell’amore, quello che ci porta ad amare anche i nostri nemici, trova difficoltà ad essere fatto proprio».

Le difficoltà iniziano nelle famiglie?

«Gli adulti hanno poca fiducia, cercano capri espiatori della proprie frustrazioni: in queste condizioni più che educare i propri figli potrebbero essere proprio questi ultimi ad educare i loro padri».

Educare un figlio è sempre difficile…

«Lo so bene perché da 46 anni, da quando sono diventato cappellano al Beccaria, ho a che fare con i ragazzi che un tempo erano quasi tutti meridionali. Oggi i millenials, i ragazzi, sono alla ricerca del padre: ricevono affetto dai loro genitori ma poco in termini di significato, di idee del futuro, direi che c’è poca paternità».

Forse sono poco ascoltati.

«Certo bisognerebbe instaurare un diverso rapporto con loro, al Beccaria siamo capaci di stabilire buone relazioni, ci capiamo e ci ascoltiamo».

La sua visione della città sembra poco in linea con la statistica pubblicata dal Sole 24 Ore a fine anno che colloca Milano al primo posto in Italia per la qualità della vita.

«Ho qualche riserva su quella classifica, basta recarsi al Giambellino dove ci sono famiglie che a causa della loro grande povertà non riescono a pagare l’affitto per capire che c’è qualcosa che non va. E’ vero che c’è benessere, ma i poveri devono essere trattati con più cura, con dignità».

A proposito del Giambellino, cosa pensa del piano del Comune per sostenere le periferie?

«C’è bisogno di una maggiore attenzione, in quartieri come Giambellino o Corvetto ci sono tanti anziani, malati, poveri senza riferimento. Sarebbe importante una maggiore presenza pubblica, a partire dai custodi di quartiere, e potenziare l’assistenza verso le categorie più deboli».

Cosa propone per superare l’emergenza del bosco di Rogoredo?

«Ci sono associazioni che sono impegnate, io ho proposto di lavorare tutti assieme, vediamo di realizzare qualcosa. Purtroppo anche a Milano esistono i ghetti, mi turba molto il pellegrinaggio dei ragazzi che vanno nel bosco per procurarsi la droga: dobbiamo impedirlo, bisogna chiudere quell’area».

E se poi andassero da un’altra parte?

«Li inseguiremmo anche lì».

Come si sta evolvendo il mercato della droga?

«Ci sono in giro nuove tipologie di eroina, come quella gialla, che arriva dall’Est Europa: sono molte pericolose, ti fanno esplodere la testa».

Come si contrasta?

«Con la prevenzione, l’informazione ad ogni livello, in famiglia nelle scuole e nelle parrocchie. Bisogna curare le relazioni, ad esempio io trovo sbagliata l’idea di prendere le urine dei giovani per controllare se fanno uso di stupefacenti, non si agisce così».

C’è un messaggio di speranza per il 2019 che è appena iniziato?

«Abbiamo una bella gioventù, Milano è il meglio che c’è in Italia, ma restano non poche sacche di povertà e illegalità. In questo nuovo anno dobbiamo scommettere di più sull’amicizia, sulla fiducia, cerchiamo di vedere negli altri la parte buona che hanno».


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