Guido Harari
Guido Harari

«Quando ho conosciuto Vasco era quello di Vado al massimo, Bollicine, Cosa succede in città. Per me era e rimane una rockstar, con un filo diretto con la base dei suoi fan che oggi è più forte che mai. Un artista col dono di arrivare al cuore e alla testa del pubblico». Parole e immagini di Guido Harari, fotografo di tante star musicali che lo ha ritratto più volte. E che, nel 2006, ha pubblicato Vasco!.

Come vi siete conosciuti?
«Nel 1985 chiesi al suo produttore storico Guido Elmi di poterlo fotografare. Vennero insieme nel mio studio di Milano. Da fine esteta qual era, Elmi curava ogni aspetto del look di Vasco. Le foto gli piacquero al punto che mi chiamarono per diversi anni a realizzare le foto ufficiali e la copertina di C’è chi dice no. Mi pareva che Vasco assecondasse, divertito, lo styling di Elmi, ma che ogni shooting fosse un rituale di cui avrebbe fatto volentieri a meno».

Com’è Vasco visto attraverso le lenti della sua macchina fotografica?
«Ha un istinto innato riguardo all’immagine che ha e vuol dare di sé. Come i rocker di razza, ha una visione di sé a senso unico, proprio in termini di linguaggio del corpo, con un’espressività che comunque “buca”. Sono sempre stato attratto dal suo viso, dalla mobilità del suo sguardo, dalla sua irresistibile espressività. Ma dal vivo Vasco si esprime con tutto il corpo. Un vero animale da palcoscenico che risentiva degli evidenti limiti di una sala di posa».

A quando risale l’ultima foto che gli ha fatto?
«Dal vivo l’ho fotografato una decina di anni fa a San Siro. Per quel che riguarda i ritratti torniamo al 1998, quando pubblicò Canzoni per me».

Cos’ha in comune il cantautore raccontato in Vasco! con quello attuale?
«In Vasco! avevo raccolto una selezione di “sguardi” sul Vasco che lui, anche se non sempre disponibile a lasciarsi guardare, mi aveva sollecitato a indagare. Avevamo realizzato fotografie in contesti diversi, inclusa la campagna intorno a Zocca. Una specie di viaggio sentimentale nella sua terra. Negli anni seguenti la “ritualistica” del personaggio si è consolidata sempre di più. Ma l’appeal è rimasto inalterato».

Tra le foto che gli ha scattato, quale preferisce?
«Amo molto i tagli ravvicinati dei ritratti per C’è chi dice no, in particolare un ritratto che è inserito all’interno del disco. E poi una serie di ritratti di studio, realizzati nel 1990, tra cui uno che diversi fan hanno voluto tatuarsi, chi sulla schiena, chi sulla gamba: una consacrazione, per l’artista e anche per il fotografo».

Vasco l’ha definita il “Vasari del Rock”. È d’accordo?
«Vasco si riferiva ad una definizione affibbiatami dall’amico giornalista Cesare G. Romana. Per lui il mio lavoro di fotografo in ambito musicale aveva un che di “enciclopedico”. Ho attraversato quasi cinquant’anni di musica, ma il mio progetto non è mai stato quello di “collezionare” miti, grandi o piccoli che fossero. Però quella definizione potrebbe sicuramente funzionare come “brand”».

Oggi come scatterebbe Vasco?
«Oggi, con lo scorrere del tempo che si fa sempre più veloce, mi piacerebbe semmai parlare con Vasco: confrontarmi sui massimi sistemi come sulle piccole faccende della vita, in un “fuori onda” lontano dall’ufficialità. Godermi e goderci una specie di “intimità” da cui finalmente la macchina fotografica fosse bandita».


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credit Ph. Guido Harari