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18. 09. 2021 01:20

Edoardo Melloni, 29 anni: «Io, giovane atleta guarito dal virus. Nessuno è esente»

La storia del 29enne Edoardo Melloni, del Cus Pro Patria Milano, ricorda come nessuno possa considerarsi esente dal contagio

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Si chiama Edoardo Melloni, ha 29 anni e pratica atletica leggera. È mezzofondista e crossista del Cus Pro Patria Milano. Giovane età, vita sana e regolare e fisico sportivo, ma questo non gli ha impedito di contrarre il coronavirus, che lo ha colpito a metà marzo. Edoardo Melloni è stato ricoverato, ma è riuscito a guarire e riprendersi. «Ma è stata dura», racconta a Mi-Tomorrow.

 

 

Edoardo Melloni, l’intervista

Edoardo, quando hai scoperto di essere positivo?
«È successo al pronto soccorso dell’Ospedale Sacco, anche se già da qualche giorno lo sospettavo vista la persistenza di una tosse con un’intensità tale che non avevo mai avuto in vita mia. Paradossalmente, il primo pensiero dopo aver avuto la conferma della positività e del ricovero è stato un senso di sollievo. Fino a quel momento, una delle mie preoccupazioni era quella di non avere il coronavirus, ma di aver rischiato di contrarlo all’interno del pronto soccorso. Finalmente non ero più da solo e si era capito a cosa fosse dovuto il mio malessere».

Come si sono svolti i giorni di ricovero?
«Mi è stata somministrata la terapia a base di idrossiclorochina, utilizzata per curare l’artrite e di Lopinavir/ritonavir utilizzati, invece, come farmaci per l’Hiv. Ho iniziato a rispondere bene alla terapia a partire dal quarto giorno. Ero nel reparto di degenza, dove non c’erano malati gravi, pertanto la situazione era relativamente calma. Dalla finestra della camera vedevo gli infermieri passare attraverso il corridoio in un via vai continuo. Dopo sette giorni, con un tampone debolmente positivo, sono stato dimesso e accompagnato in ambulanza a casa, dove ho iniziato i 14 giorni di quarantena domiciliare».

Com’è stato il percorso fino alla guarigione?
«Nei primi giorni ho continuato a stare male senza notare miglioramenti. Dal quarto giorno è cambiato qualcosa: prima è andata via la febbre, poi la tosse ha iniziato a diminuire. Infine è andato via anche il senso di stanchezza e di debolezza fisica».

Credi che il rapporto con lo sport ti abbia agevolato in qualche modo?
«Sono convinto che l’essere atleta agonista abbia contribuito in maniera indiretta alla guarigione. Non è solo una questione di allenamento e forza fisica, ma è il modo in cui noi atleti affrontiamo la vita quotidiana. La maggior parte di noi si preoccupa di avere un’alimentazione sana, di dormire un numero di ore adeguato, non fumiamo e beviamo con moderazione. Spesso non beviamo affatto. Tutte queste abitudini sono alla base di un organismo sano e forte, fondamentale per contrastare le infezioni».

Hai dovuto cambiare i tuoi obiettivi sportivi?
«Ovviamente sì. Prima di tutto perché ho perso la condizione fisica, ma in ogni caso al momento non esiste un calendario gare definito per il 2020. La Fidal sta ancora discutendo su come riprendere l’attività sportiva e al momento ci sono solamente ipotesi. La verità è che tutti navigano a vista. Non è una colpa, purtroppo è difficile fare dei piani e delle previsioni quando in gioco c’è qualcosa che non si conosce. Per il momento penso solamente a stare bene e a riprendere con qualche allenamento leggero in casa, come degli esercizi a corpo libero».

Che messaggio vuoi trasferire a chi la considerano una malattia “da anziani”?
«Spero che quest’idea sia sempre meno diffusa tra i giovani. La mia è stata una delle prime storie di giovani ricoverati a causa del coronavirus. Da un mese a questa parte se ne sono sentite molte altre. Essere giovani e in salute sicuramente è un grosso vantaggio, ma nessuno di noi può sapere a priori con quale forza il virus colpirà. Nonostante i miei 29 anni e il mio fisico forte e in salute, mi hanno ricoverato».

Qualcuno potrebbe pensare che tu sia stato solo sfortunato.
«Io guardo il rovescio della medaglia: credo di essere stato fortunato perché non ho mai avuto bisogno di ossigeno, perché non sono finito in terapia intensiva e perché dopo sette giorni ho avuto la possibilità di tornare a casa, guarito».

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