evani
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Nella quarta di copertina di Non chiamatemi Bubu è riportata una frase di Alberigo Evani che fa riferimento al gesto tecnico più famoso della sua carriera: il calcio di punizione decisivo per la vittoria della Coppa Intercontinentale 1989 del Milan ai danni del Nacional Medellin. Tanti altri sono stati i successi in rossonero, ma non sono questi ad aver spinto Evani a scrivere i primi appunti.

È dopo la scomparsa dell’amico Andrea Pazzagli, nel 2011, che l’ex centrocampista e oggi assistente di Roberto Mancini nella Nazionale italiana decide di affidarsi alla penna. Lascia tutto in un cassetto, lo apre grazie all’amica Lucilla Granata due anni fa, per dare sfogo a un’opera che racconta la vita, prima ancora del calcio.

Evani, perché il riferimento a quella partita del 1989?
«Ancora adesso, quando incontro i tifosi, tutti mi ricordano quell’episodio. È un po’ come un marchio di fabbrica della mia carriera».

È d’accordo con chi la definisce un anti-divo?
«Lo sono sempre stato, anche nel momento di maggior notorietà. Dieci giorni prima di quella finale avevo segnato un altro gol contro il Barcellona in Supercoppa Europea. Lì uscì fuori il mio imbarazzo, gestisco meglio le incazzature che i piaceri».

Eppure il libro nasce da un evento differente: la morte di un amico come Pazzagli.
«Insieme ad Andrea, qualche giorno prima, era scomparso un magazziniere del Milan che conoscevo dai tempi in cui ero nelle giovanili. Qualche mese dopo è morto Pazzagli, che collaborava con me nelle Under azzurre. Fino a quel momento non avevo mai pensato di scrivere. Ho messo giù un po’ di pezzi della mia vita, non solo riguardo al calcio ma anche la mia famiglia, i miei genitori. È un libro diverso, con del sentimento. Sento anch’io delle emozioni, solo che ho una corazza per cui non le mostro».

Cosa le hanno dato i molti anni di lavoro nei settori giovanili?
«Quel percorso mi ha arricchito, mi ha migliorato anche come persona. Coi giovani si lavora molto bene».

Immaginiamo la sua soddisfazione nel vedere giovani e giovanissimi già in Nazionale A.
«Mancini ha esordito a 16 anni in Serie A. Sa che non bisogna aver paura della carta d’identità».

Chi può essere il nuovo Evani in questa nuova nidiata azzurra?
«Non mi sono mai piaciuti i paragoni. Posso dire che questa generazione mi piace molto, anche perché parecchi ragazzi li ho allenati io in passato. A fine mese ci sono due test di verifica per la nostra consistenza. È chiaro che il nostro obiettivo è quello di arrivare lontano».

Continuerà nel suo lavoro con il Milan Junior Camp?
«Sì perché mi dà un divertimento puro. Non ci sono tattiche da insegnare, riportiamo il gioco del calcio a quando ero bambino come loro, dai 5 ai 14 anni».

Come vede il nuovo corso dei rossoneri?
«Maldini e Leonardo hanno dato un indirizzo, da quando ci sono loro è cambiato tutto. C’è un progetto, i risultati si stanno vedendo. La strada è buona. Hanno giovani interessanti, qualcuno che farà molto comodo anche a noi in azzurro».

È la settimana del derby, lei come li viveva?
«Ogni partita ha delle problematiche, il derby conta molto di più perché c’è il dominio della città. Tante volte è una gara talmente sentita e strana che magari non vince chi è favorito. È una partita particolare, a sé. Mi auguro che sia bella e che gli spettatori si divertano».

Editore: Mondadori Electa
Pagine: 165
Prezzo: 17,90 euro


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