Festeggia l’Inter di ieri

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Muraro: «Fraizzoli un padre»

Ala dell’Inter anni ’70, commentatore e da qualche mese autore di un libro, L’Inter ha le ali (Piemme Edizioni) scritto insieme ai compagni di allora Altobelli, Baresi e Beccalossi, che ripercorre l’anno dello scudetto 1979/80: «Arrivai nella stagione 1969/70 da Villapizzone, periferia a nord di Milano. Dove avevo fatto un anno negli esordienti e poi negli allievi della squadra del locale, l’Edelweiss Villapizzone. Uno dei momenti più belli della mia vita».

Come nasce “Jair bianco”?
«Fu un appellativo di Herrera. Grande comunicatore e motivatore. Lo fece, con la stampa, per enfatizzare il mio esordio. Mi fece e mi fa tuttora piacere, ma Jair era altra cosa».

Parliamo del libro, da chi è nata l’idea?
«Suggerita da un amico che mi ha sempre incoraggiato a trasmettere la mia storia alle generazioni più giovani. Ho sempre pensato che le cose vadano condivise. Ho così approfittato delle cene che organizziamo ogni mese, attraverso il gruppo Whatsapp creato da Scanziani, per il piacere di rivederci, coltivando il senso di appartenenza a quel gruppo e a quel modo di intendere il calcio che ancora ci accomuna».

Quale messaggio avete voluto trasmettere?
«Una diversa visione del gioco del calcio e di cosa volesse dire, allora, essere calciatori dell’Inter. La gestione della squadra da parte della società era costante. Eravamo seguiti in ogni momento della nostra vita, calcistica e privata. Il presidente Fraizzoli ci trattava come figli. Ogni sabato in ritiro ci raccoglieva intorno a sé con il desiderio di trasmetterci valori come impegno, sacrificio, forza, sudore».

Un episodio da ricordare?
«Alla fine di una premiazione accompagnai a casa Annamaria Rizzoli, soubrette e madrina della manifestazione. Finimmo sui giornali. Fui convocato dalla Curia per ragguagli. Scoprii poi che dietro c’era lo zampino di Fraizzoli. Si preoccupava che mantenessimo una giusta condotta morale».

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Bordon: «Nero (e molto) azzurro»

Per dodici anni portiere dell’Inter, Ivano Bordon vanta due record che gli assegnano un posto particolare nell’elite calcistica. Non solo italiana: quello di imbattibilità nella storia dei portieri nerazzurri e quello di essere l’unico calciatore vivente ad aver vinto due Mondiali, uno da giocatore nel 1982 e l’altro da allenatore nel 2006. «In azzurro ho incontrato allenatori straordinari. Vicini, per cominciare. E poi Bearzot, con il quale ebbi un ottimo rapporto nonostante quanto si possa essere detto a proposito. Non nascondo che rimasi stupito del suo comportamento in occasione delle convocazioni per il Mondiale 1986.

Appresi la notizia di non essere stato convocato dalla radio, non da lui. Mi sarei aspettato maggiore onestà. Non ebbi più contatti con lui per anni. Lo rividi in occasione della partita d’addio al calcio di Antonio Cabrini a Cremona. Mi venne incontro, mi batté la spalla e mi chiese scusa. Finì lì. Senza fronzoli, come nel suo stile». La svolta nel 1994: «Arrivai a Torino, in un momento nel quale la Juventus stava cambiando la dirigenza. Trovai una società molto organizzata. Con un allenatore, Marcello Lippi, capace di realizzare risultati straordinari. Nel 2004 il nostro sodalizio continuò in Nazionale. E vincemmo i Mondiali nel 2006. Il mio secondo titolo mondiale».

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