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04. 08. 2021 17:59

Giovanni Lodetti, l’ultimo vincitore degli Europei: «L’Italia del riscatto, come noi nel ’68»

Giovanni Lodetti, milanista e lombardo, racconta il trionfo in Europa del 1968: «Due anni prima, al ritorno a Milano dopo la Corea, non mi vollero nemmeno i taxi»

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L’anima lombarda dell’Europeo del ’68, l’unico finora vinto dall’Italia, era rappresentata da Giovanni Lodetti. Lodigiano, milanista. Uno dei cinque in rosa, più altri quattro interisti. Milano era il blocco su cui poggiava tutto. Nel calcio e nel Paese. Coppe dei Campioni, Intercontinentali. In Europa ci si era entrati di prepotenza con le due sponde calcistiche della città, capaci di salire due volte a testa sul trono continentale.

Eppure l’Italia veniva da una doppia spedizione mondiale nel ’62 e ’66 con le pive nel sacco, due tonfi clamorosi contro il Cile e soprattutto la Corea del Nord. L’Europeo fu ancor di più una luce in fondo al tunnel, un evento in un mare di altri eventi che stavano sconvolgendo l’Italia.

Giovanni Lodetti: “Penso sia giusto elogiare questi ragazzi e Mancini”

Lodetti, Milano che ruolo aveva in tutto questo?
«Era già allora una delle città di riferimento e c’era in atto un cambiamento generale in Italia. Io in compenso sono rimasto sempre lo stesso. Ero felice di giocare a calcio, divertendomi. Si usciva da San Siro con 500 persone che ti aspettavano. Ti dicevano di tutto, ma sempre con umorismo, gentilezza. Era un mondo che stava crescendo e che forse è cresciuto un pochino troppo adesso».

Sono passati parecchi anni da allora. Senza mai vincere un altro Europeo.
«Sono contento che l’Italia abbia raggiunto il traguardo della finale. Penso sia giusto elogiare questi ragazzi e Mancini. Manca la ciliegina sulla torta».

Voi vinceste il torneo con una semifinale passata grazie al sorteggio con la monetina e a una finale ripetuta. Cosa ricorda di quei giorni?
«Io scherzavo con Facchetti dicendo che era andato a comprare apposta una monetina con due facce uguali… Eravamo tutti felici. In finale con la Jugoslavia, tra le due partite, cambiammo alcuni elementi. Io, ad esempio, non giocai la ripetizione. Però questo ci aiutò ad essere più freschi».

Cosa è cambiato da quel calcio?
«Si sta giocando uno sport completamente diverso. Non c’è un libero, non ci sono i marcatori fissi in molte squadre. Noi avevamo i terzini, il centromediano. E poi è cambiato certamente il ritmo».

C’è un giocatore che le somiglia in questa Italia?
«Mi fa strano dover dire Barella, che è interista, ma questo ragazzo sta giocando proprio bene. Io in campo marcavo e dovevo costruire, però avevo di fianco Rivera e c’era un pallone solo che di solito voleva lui. Se ci penso oggi posso dire di aver giocato contro gente come Bulgarelli, Suarez, Charlton».

Ecco, uno dei campioni del mondo del ’66. L’Inghilterra da quel momento non ha più vinto.
«Vista l’Italia, è una partita che in ogni caso affronteremo in condizioni di parità. L’Inghilterra è una squadra aggressiva, che ti mette in difficoltà. Penso però sia giusto pensare di poter vincere. Dopo così tanti anni…».

Un ultimo parallelo: voi vincenti dopo la Corea nel ’66, gli azzurri in finale dopo aver fallito l’accesso al Mondiale. Come ci si rialza da una batosta così?
«Questi giocatori sono fortunati, perché possono cancellare presto una pagina negativa. Io ricordo che, tornati dalla sconfitta con i coreani, ho fatto i chilometri a piedi a Milano perché nessuno mi voleva prendere sul taxi. Per fortuna due anni dopo l’accoglienza è stata un po’ diversa».

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