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16. 05. 2021 09:01

Il giovane corridore Iliass Aouani: «Lontano da Milano mi concentro di più»

Storia da pensatore vincente per il giovane Illiass Aouani, fresco campione italiano di corsa campestre: «Mi sono sentito poco valorizzato dalla Federazione»

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Il viso allegro e sorridente, che risplende in un momento magico per l’atletica italiana e lombarda. Iliass Aouani si è da poco laureato campione italiano di corsa campestre, ma la sua storia recente va ben oltre questo titolo, seppure fondamentale.

Classe 1995, nato in Marocco, Iliass vive in Italia da quando ha due anni. Milanese di Ponte Lambro, cresciuto con la maglia dell’Atletica Riccardi seguito da Claudio Valisa a San Donato Milanese. Nel 2015 il viaggio negli USA per studiare e correre, prima in Texas e poi a New York.

Di lui si sa tutto: primo italiano a correre nella finale NCAA di corsa campestre, è stato campione italiano juniores (2014) e Under 23 (2016) nei 5000. Ha partecipato ai Campionati Europei Under 23 e agli Europei di cross (2015) ed è stato azzurro alle Universiadi di Napoli (2019). Ora il primo titolo italiano assoluto.

Aouani, un rientro in Italia col botto…
«Sono contentissimo, non me l’aspettavo».

Com’è stato quest’ultimo periodo?
«Sono cambiate tantissime cose. Finita l’esperienza americana sono tornato e ho cambiato città, società (dopo 10 anni alla Riccardi è passato alla Casone Noceto, ndr), allenatore, ho stravolto completamente la mia vita. Sono davvero contento che le mie scelte siano state giuste».

Ci spiega la sua avventura americana?
«Negli Stati Uniti ho studiato per una triennale in ingegneria civile e una magistrale in ingegneria strutturale. Poi il rientro e, come detto, il cambio radicale della mia vita».

Si ricorda la gara di Campi Bisenzio dove ha vinto il recente titolo italiano?
«Certo. È stata molto divertente, ho corso con sicurezza: era quello che volevo dimostrare a me stesso. Mentalmente negli ultimi giri sono andato un po’ in panico, allora ho corso in maniera conservativa per preservare qualcosa in vista del finale. Per fortuna negli ultimi 600 metri le gambe erano ancora reattive».

Com’è stato il rientro in Italia?
«Avevo bisogno di un cambio radicale, ma non è stato facile decidersi. Tra settembre e dicembre avrei anche potuto ritornare negli Stati Uniti per un altro semestre, oppure smettere totalmente. Invece ho deciso di investire tutto quello che ho nella corsa».

Da Milano a Ferrara, con il nuovo allenatore Massimo Magnani. Perché?
«Milano non la sento più mia. Ho bisogno di stare lontano da casa per essere concentrato. In casa ci sono le comodità, ma queste non servono per andare forte».

Lezione dell’esperienza americana?
«L’America mi ha lasciato una mentalità diversa e un nuovo carattere, più forte e incline alla sfida. Bisogna restare fuori dalla comfort zone e cercare sempre la sfida. Per questo cambiai college: a Lamar ero il più forte, ma io volevo una squadra con atleti più forti di me. Così sono andato a Syracuse».

A Campi Bisenzio è arrivato il primo gradino della scalata?
«Ero consapevole del mio salto di qualità, la difficoltà era più che altro quella donna concretizzare il mio livello di preparazione. La vittoria non è stata una sorpresa. Il mio compito era lanciare un messaggio: sono tornato, adesso abituatevi a me. Anch’io merito un po’ di attenzione. In questi anni non mi sono sentito valorizzato dalla Federazione: se fossi rimasto in Italia, probabilmente avrei smesso».

E per la stagione in pista?
«Punto tutto sui 10.000 metri, senz’altro».

 

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