olimpia milano
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Un gigante che con l’Olimpia Milano ha vinto tutto e il coach più vincente di sempre nella storia delle Scarpette Rosse, Dino Meneghin e Franco Casalini: Dino, dieci anni in maglia Olimpia conditi da cinque scudetti, due Coppa Italia, altrettante Coppe Campioni e una Coppa Korac; Casalini, 14 anni alla guida di Milano, guidò il gruppo alla conquista di una Coppa Intercontinentale, una Coppa dei Campioni e un tricolore.

«Tutto incominciò quando vidi una partita dei giochi del Mediterraneo del 1961 in tv e mi innamorai di questo sport – ricorda Casalini –, poi, una volta acclarato che ero un brocco mai visto, mi sono detto “Facciamo qualcosa di diverso”. E ho deciso di insegnare». Gli fa eco Meneghin: «Prima di iniziare a giocare a basket ho fatto atletica leggera, poi ho capito che quella del basket era la cosa che mi piaceva di più».

COMPETITIVI? • Oggi l’Olimpia finalmente appare competitiva anche in Eurolega: «Ha vinto campionato e Supercoppa, ma in Europa non ha raccolto quanto il gruppo Armani ha investito – prosegue Meneghin –: non è detto che chi ha più soldi vinca, perché la squadra è fatta da ingegneri e muratori e nessuno deve essere invidioso. Quando giocavo io, oltre a me, McAdoo e D’Antoni c’erano anche gli altri che ci hanno aiutato ad allenarci bene e a far vincere la squadra. Deve esserci la consapevolezza e la bravura di saper ingaggiare atleti che sappiano stare al loro posto. In Europa ci sono molti club che hanno budget doppi dell’Olimpia. E la tassazione per gli americani negli altri paesi è inferiore. Oggi Milano sfida corazzate che al mio tempo non erano così tante». E Casalini: «Un altro vantaggio è che in quegli anni noi eravamo quasi gli stessi. Oggi ogni anno ne cambi 7-8 e devi ripartire. Quest’anno hanno deciso di tenere una base consolidata. E le prospettive sono migliori».

RICORDI • Rimpianti? «Rigiocherei altre 100 volte la finale di Coppa Campioni 1983 persa contro Cantù di un punto – ricorda, amaro, Meneghin –. La NBA? Venni scelto nel 1970 dagli Atlanta Hawks, poi non mi chiamarono più». Casalini, invece, ricorda la seconda sfida consecutiva contro l’Aris Salonicco: «Arrivammo e provammo ad entrare in campo, ma non riuscivamo per le dracme che ci tiravano. Quando siamo arrivati a Gand, sede della semifinale, di quattro lati del campo tre erano occupati da greci: era un clima non facile e si veniva da una stampa che ci aspettava con i forconi. Ma, per una concatenazione di eventi, alla fine la Coppa fu nostra. Per il secondo anno consecutivo».