mondiali di calcio
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La ferita è profonda, per gli appassionati di calcio, anche a diversi mesi di distanza. Quell’azzurro mancante ai Mondiali di calcio ha reso l’estate 2018 più amara e per riaddolcire il palato bisognerà attendere un altro quadriennio, fino a Qatar 2022.

Paolo Valenti, giornalista di mestiere e “calciofilo” nel quotidiano, è uno di quelli che l’assenza della Nazionale dalla Russia l’ha avvertita. La sua medicina è la penna, con cui ha scritto Ci vorrebbe un Mondiale, romanzo che passa di tappa in tappa da Argentina 1978 a Brasile 2014.

Com’è strutturato questo viaggio?
«Ogni capitolo è un Campionato del Mondo, dal 1978 in poi. Le vicende del protagonista viaggiano in parallelo con le sorti della Nazionale, da quando è ragazzino fino a crescere e diventare uno studente, un lavoratore, seguendo cronologicamente la storia di questa manifestazione».

Come mai ha sentito l’esigenza di scrivere questo libro proprio adesso?
«Ce l’avevo in testa da una ventina d’anni, poco prima di Brasile 2014 è venuto a mancare mio padre, che mi ha trasmesso la passione per lo sport. Lì mi è venuta l’idea di come strutturare il libro».

Mondiali diversi, i primi raccontati, rispetto a quelli più vicini.
«Assolutamente, ma il calcio non è un’isola felice staccata dal mondo che gira intorno. Al contrario vive l’esperienza di vita attuale. Il fatto che tutto sia più veloce, meccanizzato, socializzato, non poteva non coinvolgere il modo di vivere il calcio. È la vita ad essere meno romantica di prima».

Quale cambiamento vede più netto?
«Il calcio vive molto di più l’aspetto dello show business. Negli anni ’70 si gridò allo scandalo perché il Napoli aveva speso una cifra enorme per acquistare Savoldi, a guardare oggi quell’episodio ci si accorge di come tutto fosse in tono minore. Si guadagnava bene da calciatori, ma non al livello odierno».

Come sarà il grande appuntamento dell’Europeo con la formula “itinerante”?
«Per come abbiamo vissuto le grandi manifestazioni fino ad oggi, c’è sempre stata l’emozione della trasferta. L’Italia che gioca ti porta a un viaggio all’estero e aiuta a sviluppare un racconto che magari in un libro come il mio avrebbe fatto più fatica a venire fuori. Se poi un Mondiale si gioca in Argentina e non posso andarci mi dispiace, ma vivo quella stessa emozione da lontano».

Quali sono i Mondiali a cui è più affezionato?
«Ce ne sono due o tre. Affettivamente quello che apre il libro, Argentina ’78, è il primo che ho seguito pienamente cosciente ed è anche uno che l’Italia ha giocato bene. Ovviamente c’è quello di Spagna ’82, ma altri due che cito volentieri sono Italia ’90 e in ultimo Usa ’94, dove una squadra che sembrava non dovesse fare strada perse per un nulla in finale».

Italia ’90 possiamo metterlo nel capitolo “ferite aperte”?
«Col senno di poi tendo ad essere della corrente per cui è andata così, anche se ricordo bene che il dato ambientale della semifinale giocata a Napoli contro l’Argentina di Maradona non fu una scelta ottimale per l’Italia. Credo anche che quella Nazionale fosse in grado di superare l’ostacolo a prescindere da quanto accaduto. Purtroppo l’unico errore di Zenga ci costrinse ai maledetti rigori».


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