sport a milano
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«Milano vicina all’Europa», cantava Lucio Dalla ed era ancora il 1979. Si ignorava, allora, che la città potesse pensare di ospitare un’edizione invernale dei Giochi, non si pensava nemmeno di avere in carico un Mondiale di calcio di lì a pochi anni. San Siro, inteso come stadio, era diverso da come lo conosciamo oggi: la copertura iconica che ha fatto il giro del mondo è stata costruita proprio con Italia ’90.

 

Quell’ammodernamento ha dato una figura unica a un monumento a cui i milanesi erano già terribilmente affezionati. Non lo sono di meno, quelli che oggi chiedono di poter cancellare le fondamenta del Meazza. Lo hanno chiarito a più riprese, in ultimo l’incontro di martedì con i cittadini del Municipio 7, parte dei quali non troppo felici (alcuni striscioni a dimostrarlo) del volto che si vuol dare al quartiere.

La scelta. C’è uno scontro di filosofie, tra la base e il management del più grande business dello sport a Milano. Entrambi, supponiamo, non vogliono allontanarsi dall’Europa a cui l’avvicinava Dalla, sempre più figlia di innovazione e modernità sancite dai continui cambiamenti.

Una cosa è stravolgere CityLife partendo da un deserto, ma in quell’oasi al centro della quale spunta maestosa la cattedrale del calcio è evidente che si possano trovare opposizioni. Delle due strade percorribili (ristrutturazione o ripartire da zero) Milan e Inter hanno scelto la più draconiana, impopolare, sebbene basata su una serie di argomentazioni.

Il fronte del no. Per questo, prima di presentare i due progetti finalisti di Populous e Manica, i due club hanno spiegato le ragioni che spingono ad abbandonare San Siro. L’idea è legittima, così come la nostalgia che prende a pensare di vedere implodere il Meazza. Poche volte si è vista una schiera così trasversalmente unita in consiglio comunale come sulla questione dell’abbattimento dello stadio.

Una scelta che ha anche ragioni elettorali, come spesso accade, più che di lungimiranza politica: chi si prende la briga di spiegare a Milano che non si è fatto nulla per tenere in piedi un simbolo della città? Nessuno vuole farlo ed è anche per questo che il Comune ha rinviato la scadenza per esprimersi sull’interesse pubblico del masterplan.

L’incognita Giochi. Il sindaco Sala ha aggiunto elementi di altro livello, uno dei quali riguarda Milano-Cortina. Al Cio è stato promesso che la cerimonia inaugurale dei Giochi 2026 sarà nella cornice che il mondo ci invidia. Per Malagò, ad esempio, non è mai stato un problema ed è lui stesso un componente del Comitato Olimpico Internazionale.

Sa bene che dall’assegnazione della candidatura al momento effettivo dell’evento ci sono stati già in passato mille stravolgimenti da parte del Paese organizzatore. Semmai la preoccupazione può essere dovuta al fatto di non far ulteriormente arrabbiare Thomas Bach, già irritato dai cambiamenti legislativi che hanno recentemente ridotto in maniera drastica le capacità di manovra del Coni.

Il precedente. Intanto va individuato il manager che prenderà in mano il timone di Milano-Cortina. Tom Mockridge, Alberto Baldan e Vincenzo Novari sono i nomi in ballo per il ruolo apicale. E c’è una legge olimpica promessa entro fine anno. Sarebbe un segnale importante rispettare tempi relativamente brevi: non sempre si può tirare fuori una Expo con lo sprint alla Bolt negli ultimi mesi, anche nella laboriosa e capace Milano.


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