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28. 11. 2020 11:24

Dressyoucan, l’airbnb del guardaroba pronto a rivoluzionare il mondo della moda

Nel momento di maggiore difficoltà per tante aziende di moda, spopola l’idea Dressyoucan: ecco di cosa si tratta

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Car-sharing, bike-sharing, house-sharing e ora anche dress-sharing. O meglio, fashion renting. La sharing economy poteva non interessarsi ad un segmento di business così importante come la moda?

Caterina Maestro, Ceo e founder della milanese Dressyoucan, ci ha pensato nel 2014 aprendo di fronte alle Colonne di San Lorenzo un atelier di noleggio – è ora attivo anche il servizio online su dressyoucan.com – per capi da cerimonia, da sera, ma anche per tutti i giorni.

L’obiettivo? Provare il brivido dello shopping senza dover spendere una follia e soprattutto senza intasare l’armadio di capi usati una sola volta nella vita. Una scelta che tutela l’ambiente e contrasta i danni del fast fashion. Qualche esempio: un abito Dolce&Gabbana, prezzo di listino 1.250 euro, da Dressyoucan è disponibile a 84 euro; un Ermanno Scervino da 2.500 euro si può indossare per soli 144 euro, mentre un Ives Saint Laurent da 3.290 euro lo si porta via a 94 euro.

E le scarpe? Le prestigiose Manolo Blanhik oro satinato da 1.100 a 84 euro, la scintillante sandalo “Barbarella” di Jimmy Choo da 650 a 64 euro per quattro giorni. Per non parlare degli abiti da sposa, forse l’affare per eccellenza: suggestivo andare all’altare con un abito di sartoria Marianna Heart in vendita a 2.000 euro a soli 294 euro.

Siete nella città giusto al momento giusto.

dressyoucan milano

«Nel corso del primo lockdown ci siamo resi conto di possedere troppi abiti e indossarne troppo pochi. Le vendite nel settore moda hanno subito una contrazione importante, al contrario stando alle previsioni il valore dell’usato dovrebbe superare quello del fast fashion entro il 2028».

Forbes vi ha citati come una delle dieci imprese in grado di rivoluzionare la moda.

«Siamo convinti che il nostro sia il modo migliore per rivoluzionare l’armadio. Non credo si arriverà come negli Stati Uniti a noleggiare la singola maglietta, ma i capi da tutti i giorni sì. Brand molto grossi hanno visto nel noleggio una diversificazione interessante».

Quanto ha inciso il lockdown sulla vostra attività?

«L’emergenza sanitaria ha già inciso e inciderà ancora di più a livello positivo, perché avremo tutti una mentalità meno consumistica. Poco e meglio, è una filosofia vincente. Durante i mesi di lockdown abbiamo visto una riduzione perché il noleggio è legato alla socialità, ma a settembre c’è stato un incremento del 70% rispetto a settembre 2019, perché c’era voglia di ripresa. Il canale online si è incrementato del triplo: la possibilità di provare tre outfit a casa, con la certezza dell’igienizzazione dei capi, ci ha dato ragione».

Come funziona Dressyoucan?

«Scegli l’abito o l’accessorio in negozio o online, puoi tenerlo quattro giorni ritirandolo e riconsegnandolo direttamente oppure con il nostro servizio di consegna e ritiro a domicilio, mentre tintoria e sanificazione sono a nostro carico. La mia idea è nata per essere l’airbnb del guardaroba. Poi ci siamo resi conto che, oltre ad acquistare capi classici o di grandi firme, c’è tutto un panorama di designer emergenti con cui stipulare partnership. Lavoriamo molto con Brasile e Colombia, dove gli abiti sono uguali per tutte le taglia, mentre in Europa dalla 48 in su cambia il modello».

Cos’è cambiato in questi sei anni?

«Abbiamo notato un cambiamento nella mentalità del consumatore molto più rapido in questo periodo che in tutti gli anni precedenti. Forse nel 2014 eravamo in anticipo, a livello di immagine è difficile rendere attrattivo il concetto di “noleggio” e ci stiamo tuttora lavorando, ma lasciare il palco alle nostre utenti è la cosa migliore: chi ci prova torna sempre. Poi si è evoluta la tipologia di prodotto: se prima era tutto incentrato sull’abito da cerimonia, ora è l’accessorio o l’abbigliamento trendy da ufficio ad attirare di più».

Il 23 ottobre è partito il vostro crowfunding, il primo di fashion renting revolution italiano. Che obiettivo avete?

«In parte far sì che le nostre utenti siano le prime a entrare nel nostro business anche con quote importanti, dato che la frase che abbiamo sentito così spesso è: “Ci avevo pensato così tante volte”. La seconda è che ci sono tanti player stranieri interessati a questo mercato, il Made in Italy è un’eccellenza da esportare, ma abbiamo bisogno di fondi per farci conoscere. Il fashion renting consente di evitare inutili consumi, ridurre l’inquinamento ambientale e scoraggiare la dannosa fast fashion. In Usa, Regno Unito e Cina è già esploso, in Italia siamo ancora agli inizi, c’è un gran potenziale di mercato da conquistare».

 

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