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01. 08. 2021 16:45

Moda dimenticata? L’accusa di Saldarini: «Atteggiamento grave verso la filiera»

Dal cashmere flakes ad un settore in piena emergenza e «totalmente escluso da ogni misura di sostegno»

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Francesco Saldarini, quinta generazione della famiglia d’imprenditori comaschi, amministratore unico della Saldarini 1882, è uno dei pochi che sa coniugare creatività, passione e sostenibilità. Il suo personale grande successo è stata la nuova imbottitura per i piumini, cashmere flakes: basta piuma d’oca, ma fiocchi di cashmere. Una vera rivoluzione, una risposta politicamente corretta a chi guarda al bene degli animali e del pianeta. Ora le tante idee si sono concentrate in Mongolia per ottenere un cashmere etico.

 

 

Francesco Saldarini, l’intervista

Qual è la vostra situazione in tempo di pandemia?
«L’azienda è chiusa da settimane secondo il decreto regionale, ma potrebbe essere aperta secondo quello che dice Conte. Siamo in pieno marasma».

Come si può andare avanti in questo modo?
«Non ci sono certezze sul futuro. Parlando dei decreti, il settore moda è stato totalmente trascurato. Si tratta della filiera che dà posto a circa mezzo milione di lavoratori, che produce 83 miliardi di prodotto interno lordo, con circa 82mila società di cui il 43% è dato dall’abbigliamento, il resto sono gli stadi intermedi. I dati sono da fonte Istat e soprattutto da Banca Intesa, dove si fanno analisi per macrosettore. Ma mi lasci dire la cosa più importante».

Prego.
«La moda, il tessile abbigliamento, è il secondo comparto produttivo più importante in termini di contributo al prodotto interno lordo nazionale e siamo totalmente esclusi da qualsiasi misura di sostegno a prescindere dalla cassa integrazione, che tutela giustamente i lavoratori ma non chi in un futuro sarà chiamato a preservare posti di lavoro, per i quali non è previsto nemmeno un euro. E ciò è di una gravità inaudita».

Come state procedendo?
«Il governo ha obbligato a chiudere lo sbocco naturale, ovvero le boutique e i punti vendita. E, pur obbligandoci a incassi zero, non ci ha considerato come settore gravemente colpito dal virus. Parlando dell’export, le stesse sedi centrali non possono lavorare. In Germania, a esempio, lavorano da remoto ma la parte logistica, che è il cuore di qualsiasi azienda, sta andando avanti. L’intero settore in Italia ha chiuso con le esportazioni».

Cosa vede nel vostro futuro?
«Un dato che mi ha sorpreso positivamente, dopo una campagna devastante durante la Fashion Week milanese già colpita dal coronavirus con due giorni di sfilate cancellate, è stato che a Parigi abbiamo raccolto buoni ordini da clienti cinesi, da Taiwan e da diversa clientela asiatica. Mi lascia ben pensare che il Paese colpito per primo la pensi in maniera più positivo rispetto al sentimento comune che c’è dalle nostre parti. E guardo positivo pensando a quei mercati che, terminata l’emergenza, non si saranno lasciati travolgere dall’emergenza».

Su quali stime di riapertura vi sentite di ragionare, al momento?
«Attendiamo le decisioni istituzionali. Resta da capire se i clienti che devono confermare gli ordini, soprattutto quelli europei, li confermeranno. Se quelli americani non li cancelleranno. Da un punto di vista produttivo, se potremo riaprire tra fine aprile e i primi di maggio, per luglio riusciremo a evadere le commesse. Ma la nostra capacità di essere flessibili nulla può fare rispetto a un mercato che cancella degli ordini. Se la riapertura fosse ulteriormente rinviata, i problemi sarebbero insormontabili».

Perché?
«Perché si innescherebbe un effetto domino che non ci permetterebbe di rispettare le consegne».

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