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27. 10. 2021 19:51

Oltre i «Bla, bla, bla» di Greta Thunberg. Cosa resta a Milano dopo una settimana di Climate Strike?

Di sette giorni all’insegna del Climate Strike, cosa resta (e resterà) a Milano? Abbiamo trascorso un pomeriggio insieme ai ragazzi del camp allestito sul prato del Centro Sportivo XXV Aprile

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«Bla, bla, bla» è il vociare di parole inconcludenti troppo spesso sentite. È il turpiloquio di concetti astratti che plana su un mare di promesse per sedurre e abbandonare un ascoltatore tanto distratto quanto profano.

«Bla, bla, bla» è il passaggio clou del discorso pronunciato da Greta Thunberg allo Youth4Climate. Forse quello che resterà impresso a livello mediatico della settimana milanese della Pre-Cop26, l’appuntamento che anticipa il meeting internazionale di Glasgow sull’emergenza climatica globale. Di questi sette giorni all’insegna del Climate Strike, invece, cosa resterà a Milano?

Greta Thunberg mette Milano in vetrina

Partiamo da un dato di fatto: la metropoli si è riscoperta protagonista. Dopo 18 mesi di pandemia e chiusure forzate, all’ombra della Madonnina è tornato a far capolino un evento dalla caratura internazionale. Durante i lavori della Youth4Climate il centro congressi Mico ha ospitato due giovani per ognuno dei 197 paesi membri dell’UNFCCC, ovvero la Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico nata nel 1992 dagli accordi di Rio sull’emissione dei gas serra.

Per una settimana i riflettori della stampa e delle televisioni globali sono stati puntati su una Milano che si è mostrata vogliosa più che mai di riacquistare quel ruolo di metropoli cosmopolita bruscamente perduto con l’arrivo del Covid.

Nel via vai delle metropolitane, tra passeggeri incollati agli smartphone e persi nel suono dei propri Air Pods, si è tornati ad ascoltare voci straniere. Poco importa se fossero qui a causa dell’effetto “Greta Thunberg”: il leitmotiv delle curve epidemiologiche ha lasciato spazio ad una disarmante “normalità”, in cui ciò che succede in città si impone ai danni del monopolio comunicativo del virus.

Ancor più fondamentale è il fatto che Milano sia tornata ad essere il luogo di discussione di tematiche capaci di uscire fuori dai confini nazionali per interessare le sorti della popolazione mondiale. La metropoli torna ad essere un nodo attivo di una rete internazionale di idee e movimenti.

Dalla conferenza alla piazza

Il serpentone partito venerdì scorso da piazzale Cairoli con destinazione il palco di piazza Damiano Chiesa ha portato in strada – secondo gli organizzatori della manifestazione – 50mila persone. Più che i numeri, il dato incontrovertibile è stata l’immensa voglia di quella che viene definita “Generazione Z” di riappropriarsi della socialità e di balzar fuori dal torpore dell’immobilismo.

Un fiume di studenti al grido We are unstoppable ha rimarcato a gran voce la volontà di vivere in un futuro non semplicemente frutto delle decisioni e delle scelte scellerate del passato, ma costruito in prima persona sfruttando quel rifornimento di creatività – i tanti cartelloni esposti ne sono la riprova – che li contraddistingue.

«La speranza non arriva dall’inazione e da promesse vuote come “Andrà tutto bene” e “Stiamo facendo tutto quello che possiamo”. La speranza è questo, siamo noi, le persone riunite per creare un cambiamento». Parole di pietra quelle di Greta dal palco, al termine del corteo. Un appello che non sembra voler essere disatteso dai giovani milanesi.

Ma non chiamatelo «nuovo ‘68»

Al Climate Camp allestito sul prato del Centro Sportivo XXV Aprile, Giuliana sta finendo di smontare la sua tenda. Dopo esser arrivata da Torino con una “carovana a pedali” ha trascorso qui l’intera settimana insieme a tanti altri attivisti arrivati da tutta Italia per partecipare alle mobilitazioni milanesi per il clima.

«Spesso mi chiedo se realmente tutto ciò ci porterà al cambiamento sperato – racconta –. Poi, però, mi domando se esista un’alternativa e non vedo risposta diversa dal continuare ad impegnarmi e dare il mio contributo». Per tutto il tempo della nostra conversazione il sorriso di Giuliana è una costante. I suoi occhi sono il riflesso di quello slancio – alcuni potrebbero parlare d’illusione, a seconda dei punti di vista – dei vent’anni. Narrano di una generazione che vorrebbe stringere tra le mani il proprio futuro, ma che non ha ancora ben definito la strategia giusta per afferrarlo.

Fantasia al potere: quale futuro per la Generazione “Z”

Dopo il corteo di venerdì, c’e chi si è affrettato ad etichettare il movimento del Climate Strike come l’inizio di un nuovo ’68. I punti di contatto sono innegabili: dalla volontà di non avere un leader alla critica della società contemporanea, dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni al desiderio di non delegare a nessuno le proprie scelte.

«Greta Thunberg non è il nostro leader – spiega Emma, attivista arrivata da Livorno –. È un punto di riferimento per il movimento. Certamente il circolo mediatico che le ruota intorno è qualcosa di positivo, in quanto permette di mantenere alta l’attenzione sul tema del cambiamento climatico. Spero che l’interesse continui a rimaner vivo anche quando la celebrità di Greta si sgonfierà».

Un po’ come la generazione della “fantasia al potere”, le istanze portate avanti dagli ecoattivisti sono trasversali. «Io provengo dall’area di “Non una di meno” – prosegue Emma –. Mobilitarsi per l’emergenza climatica significa combattere per un mondo più sostenibile sotto tutti gli aspetti, quindi anche per una società più egualitaria e più giusta».

Le forzature sono inutili

Cercare, però, un parallelismo con il ’68 è un’inutile forzatura. Si carica di aspettative qualcosa ancora ad uno stato embrionale e si dà, in qualche modo, un giudizio a priori. Proprio quello che non serve alle nuove generazioni ancora alla ricerca di una loro identità.

I giovani di Fridays for Future e di tutti gli altri gruppi ambientalisti stanno indubbiamente conducendo una lotta per il futuro che si tinge di maggior significato alla luce di un avvenimento epocale come la pandemia. «Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia e negare che il Covid non sia correlato al cambiamento climatico – sottolineano Tommaso e Isabella, mentre sgranocchiano una mela –. Molti studi confermano che l’inquinamento atmosferico facilita la diffusione dei virus. Combattere il riscaldamento globale è una questione di salute che riguarda tutti, indistintamente».

Il domani è nelle loro mani. Anche in quelle di Sofia, dall’inconfondibile accento veneto: «Siamo qui tutti con gli stessi ideali. Dico sempre che il movimento è come andare agli scout: si fa subito amicizia e si condivide tutto». Certamente l’entusiasmo non manca.

 

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