Kobe Bryant
Kobe Bryant

Il poeta della pallacanestro è morto. Kobe Bryant, amante sopraffino del gioco, leggenda dell’NBA e colonna storica dei Los Angeles Lakers, è rimasto vittima di un incidente in elicottero, schiantatosi sulle colline di Calabasas, in California.

 

La sua California, la terra che lo aveva accolto come un figlio nel Draft del 1996, quando venne selezionato dai Lakers sotto ferma volontà di Jerry West, altro volto leggendario dei gialloviola. È scomparso in un fazzoletto di secondi, Kobe, a 41 anni, durante un volo che doveva essere routine.

È volato in cielo con la figlioletta di 13 anni Gianna Maria Onore, detta GiGi, che Kobe stava nutrendo passo dopo passo con la stessa passione che ha caratterizzato ogni giorno la sua, di vita. È morto a qualche decina di miglia da quella Los Angeles che lo ha sempre adorato e criticato, amato e dibattuto, ma rispettato come giocatore, come uomo, come lavoratore. E che in vent’anni di carriera nei Lakers gli ha regalato, tra alti e bassi, gioie e difficoltà, 5 titoli NBA.

Legacy. È una parola che negli Stati Uniti amano molto. E che serve a esprimere, per analizzare la carriera di una figura pubblica, che cosa quella figura ha lasciato della sua grandezza dopo il suo passaggio. Oltre ai numeri, la partita dove ha segnato 81 punti contro i Toronto Raptors il 22 gennaio 2006 o i 33.643 punti messi a segno in carriera, i due MVP delle NBA Finals e le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, la sua legacy è legata alla sua etica.

Quella che lo portava a essere ossessionato del gioco, a essere schiavo del suo stesso amore. Quella che lo costringeva a non saltare mai un allenamento, ad arrivare per primo in palestra e per ultimo a uscire. Quella che rappresenta, in tutto e per tutto, il suo più importante insegnamento alle prossime generazioni di sportivi e di cestisti. Il suo marchio di fabbrica.

Ma la grandezza di Bryant è stata anche quella di saper essere riconosciuto ovunque. Negli Stati Uniti, dove è nato e si è affermato. Nel mondo, che ha esplorato e viaggiato. In Italia, dove è cresciuto e ha scoperto il suo amore per il basket, tra Pistoia, Reggio Emilia, Rieti e Reggio Calabria. Le città dove suo papà, cestista, ha giocato. Kobe Bryant è stato il poeta del basket ed è stato il poeta del basket dei due mondi. Ha unito oceani e diviso l’opinione pubblica. E ha sempre avuto una passione particolare per tutto ciò che sapesse di competitivo, calcio compreso, di cui si è sempre detto grande tifoso del Milan.

E ora a piangerlo sono anche gli italiani nel mondo. «Era qualcosa di irraggiungibile, quasi di mistico. Abnegazione totale, giocatore d’altri tempi. L’ultima vera star non social, che ha creato amicizie e riusciva a mettere d’accordo il broker della città e il pescatore della periferia», lo ricorda Andrea Leopardi, del Lago d’Iseo, che oggi vive a Manhattan. «Ero in un centro commerciale, mi arriva un sms che mi dice, “Kobe è morto”. Mi si è gelato il sangue, a 38 anni mi sono ritrovato a piangere come un bambino di 5», dice Roberto Viarengo, suo tifosissimo di Roma, a New York per una vacanza e per vedere proprio i Lakers, che negli scorsi giorni erano in trasferta sulla costa est. «Ho detto tre giorni fa al mio ragazzo del fioretto fatto nel 2016: mi ero ripromessa di non andare più allo Staples senza Bryant, il mio giocatore preferito fuori e dentro il campo», lo piange Valentina Corbetta, imprenditrice canturina di 27 anni a New York.

Svegliarsi con la notizia della morte di Kobe Bryant è un dolore che nessuno, nel mondo del basket, si sarebbe mai aspettato di poter provare così presto, con così tanti anni davanti a disposizione per perfezionare la sua legacy, per insegnarne i valori alla figlioletta cestista, morta tra le sue braccia all’interno dello stesso, dannato elicottero. Il suo amore per il basket, Kobe lo aveva professato ogni giorno sul campo e condiviso prima del suo ritiro in una lettera. L’amore dei tifosi nei suoi confronti non finisce oggi e non svanirà mai.

Buon viaggio Kobe, poeta della pallacanestro.

Kobe Bryant
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