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18. 05. 2021 21:48

Una petizione per salvare gli asili: «Chiuderli è un danno per tutti»

El Bosh (Assonidi): «Aperti da settembre a marzo con la seconda ondata il sistema ha tenuto»

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In cinque giorni sono arrivate quasi 40mila firme su change.org. «Non chiudiamo i nidi e le scuole d’infanzia» è il titolo dell’appello di Assonidi, associazione milanese che raccoglie 300 strutture della Lombardia.

«E’ impossibile lavorare con un bambino di 2 anni e mezzo che piange perché mi vede, ma non può giocare con me», scrive accanto alla sua firma Beatrice, docente di scuola media. «Sono un’infermiera e mio marito lavora in proprio. Per noi lo smart working non è contemplato, per cui è fondamentale per la nostra famiglia la riapertura del servizio!», racconta Martina.

A novembre le scuole sono state chiuse per i ragazzi dalla seconda media in su. Ora la decisione di lasciare a casa anche i bambini del nido, della materna e delle elementari crea forti disagi alle famiglie e alle strutture private che offrono queste servizi. Mi-Tomorrow ne ha parlato con Malacka Ahmed Mohamed El Boshi, vicepresidente di Assonidi e titolare del nido Papaveri e Papere di viale Umbria.

Secondo il vostro sondaggio interno solo lo 0,38% dei bambini è risultato positivo. A quale periodo si riferisce?
«A febbraio, ma lo facciamo tutti i mesi. E quasi sempre il contagio non avviene nel nido, ma in famiglia. Possiamo dirlo perché non riscontriamo altri casi positivi all’interno della “bolla” (il piccolo gruppo di bambini che rimane sempre insieme senza entrare in contatto con gli altri, ndr.). Inoltre bisogna considerare che i piccoli non devono portare le mascherine».

Malacka Ahmed Mohamed El Boshi
Malacka Ahmed Mohamed El Boshi

Non avete riscontrato un aumento dei casi nonostante la presenza delle varianti del virus?
«No, l’eventuale maggiore contagiosità credo riguardi la fascia dai 10 anni in su e comunque una recente ricerca pubblicata dalla rivista scientifica Lancet ha smentito l’aumento di contagi fra i bambini. Per loro sono più gravi i danni psicosociali che quelli provocati dal virus».

Però possono contagiare i familiari…
«Ma i dati sulla trasmissibilità dai bambini ai famigliari non ci sono. Se i bambini fossero davvero degli “untori”, quando scopriamo casi positivi anche gli altri bambini o le educatrici delle bolle dovrebbero risultare contagiati. Siamo rimasti aperti da settembre a marzo: abbiamo attraversato la seconda ondata dimostrando che il sistema tiene».

In realtà il tracciamento non ha retto…
«Nella seconda ondata ATS aveva ammesso di non riuscire a seguire i tracciamenti scolastici, ma noi abbiamo un protocollo ben preciso: in caso di positività di un bambino mandiamo la segnalazione all’ATS, ma non aspettiamo che ATS ci dica di chiudere la bolla, lo facciamo in autonomia. I bambini possono rientrare solo dopo 10 giorni con tampone negativo, o dopo 14 giorni senza sintomi. Tutti i nidi hanno seguito questa prassi e ha funzionato».

Quanti nidi e materne non hanno più riaperto dall’anno scorso?
«In Lombardia ha chiuso il 7% delle strutture 0-6 anni, ma senza il blocco dei licenziamenti ce ne sarebbero di più».

Che aiuti avete ricevuto?
«Anche se in ritardo, il Comune di Milano ha aiutato i privati attraverso il fondo di solidarietà. A livello governativo è previsto un fondo del Ministero dell’Istruzione. Abbiamo fatto domanda, è uscita la graduatoria degli aventi diritto, ma ad oggi non è arrivato ancora nulla».

Come vi organizzate con il pagamento delle rette?
«L’anno scorso nessuno sapeva come comportarsi. Quest’anno ogni nido ha stabilito una sua regola aziendale. Noi per il periodo di chiusura applichiamo lo sconto del 50% delle rette, a fronte del mantenimento del posto».

Le famiglie come reagiscono?
«C’è chi ha continuato a pagare e chi ha deciso di ritirarsi. Il nido è un servizio essenziale, ma il privato è anche un’azienda che deve far quadrare i conti, a partire dal pagamento dell’affitto. Per il personale è prevista la cassa integrazione; se la chiusura si dovesse protrarre faremo richiesta, almeno per le ore in cui le nostre educatrici non fanno didattica a distanza. Per permettere alle famiglie di continuare a pagare una parte delle rette dovrebbero esserci più aiuti da parte dello Stato».

 

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