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06. 12. 2021 13:03

Verde metropolitano, la ricetta di Stefano Boeri: «La mia Milano come natura l’ha fatta»

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È celebre in tutto il mondo per il suo Bosco Verticale a Milano, il primo edificio che ospita 800 alberi e oltre 20.000 piante: un modello di forestazione urbana che include la vegetazione come elemento integrante dell’architettura. L’archistar Stefano Boeri non teme le tante imitazioni del grattacielo più green che ci sia. Anche perchè, diciamolo, essere copiati è sinonimo del grande successo dell’originale e il Bosco Verticale è diventato un modello largamente replicato all’estero. Sostenitore di progetti urbanistici che contastano il cambiamento climatico, non a caso, a Shanghai dirige il Future City Lab alla Tongji University: un programma di ricerca post-dottorato che esplora il futuro delle metropoli contemporanee dal punto di vista della biodiversità e della forestazione urbana. Boeri, architetto e urbanista, professore ordinario al Politecnico di Milano e visiting professor in diverse università internazionali, direttore delle riviste Domus (dal 2004 al 2007) e Abitare (dal 2007 al 2011), autore di numerose pubblicazioni, assessore alla Cultura a Milano dal 2011 al 2013, dal 2018 è presidente della Fondazione La Triennale di Milano.

Presidente, la Triennale riparte. Come?
«Abbiamo riaperto il 4 giugno con il Museo del Design gratuito: nonostante la situazione difficile, abbiamo pensato che sarebbe stato un bel gesto la gratuità del museo. È l’apertura del giardino che è la vera grande sfida dei prossimi mesi. Il giardino della Triennale, uno spazio espositivo con opere straordinarie da De Chirico a Sotsass e a Mendini, verrà allestito in modo tale da avere, per tutta l’estate, una ricca sequenza di eventi, incontri, teatro, musica. In pratica spostiamo in giardino quella che era, almeno in parte, l’attività all’interno. Questo permette di avere, in totale sicurezza, un pubblico importante. Il 15 inizieranno gli spettacoli».

Lo spazio della Triennale è molto importante per la città e il suo giardino sarà protagonista dell’estate. E il futuro delle grandi sale?
«Ovviamente abbiamo dovuto ripensare la programmazione perché alcune cose sono saltate. Abbiamo in calendario quattro grandi mostre: una su Enzo Mari curata da Hans Ulbricht Obrist, il più grande curatore di arte contemporanea; Fondazione Cartier porta la sua collezione e una mostra stupenda sull’Amazonia, su popoli minacciati dalla deforestazione; spazio anche ad un’altra mostra sulla fotografia italiana a cura di Mufoco, mentre con la Fondazione Cologni organizziamo una sorta di Wundercamera. Iniziamo con un omaggio dedicato a Milano, una raccolta di oggetti straordinari della Fondazione dal ‘400 a oggi. Esaltiamo il lavoro e il mestiere degli artigiani che è un aspetto molto milanese: la qualità del lavoro manuale».

Lei è presidente dal 2018. Tante cose fatte, una vera passione.
«Abbiamo rivoltato tutto. Come Consiglio d’Amministrazione abbiamo cambiato completamente non solo il profilo, ma anche le strategie: lavoriamo moltissimo sulle relazioni intenazionali e contemporanemente abbiamo chiuso l’epoca delle mostre sponsorizzate. Sono tutte prodotte da noi o in partnership con soggetti pubblici e privati con una visione diversa. Ad aprile il Salone sarebbe stato straordinario con Mari, Magistretti e tanti altri: avremmo potuto fare il botto. Ma sono ugualmente fiducioso perché la Triennale è un pezzo della storia italiana e rappresenta Milano».

Con il Bosco Verticale ha precorso i tempi, dando una visione particolare della natura applicata a un grattacielo. Andiamo sempre più verso quella direzione?
«Senz’altro sì. Abbiamo bisogno di maggiore natura nelle città e questa era una necessità che si avvertiva anche prima di questa grande crisi pandemica. Gli alberi svolgono funzioni fondamentali di cui abbiamo bisogno: ci aiutano ad assorbire la Co2 e nessun altro strumento lo fa. Poi assorbono le polveri sottili che, come sappiamo, hanno favorito la diffusione del contagio in alcune parti del pianeta. Riducono il calore, altra caratteristica preziosissima; riducono i consumi di energia, favoriscono la biodiversità e sono un grande fattore di miglioramento della qualità della vita e della salute. Hanno un ruolo assolutamente fondamentale. È molto chiaro quello che occorre fare».

Ovvero?
«Non bisogna espandere le città verso la natura, ma portare la natura dentro le città. E il Bosco Verticale, in questa ottica, è un manifesto perfetto. Un edificio che porta gli alberi nel cielo ha questo tipo di forza comunicativa. I modi con cui si può portare la natura in città sono innumerevoli: tetti verdi, orti urbani, il pensare ad aumentare la superficie de parchi, togliere i parcheggi e mettere i filari».

Si può quasi pensare che la pandemia abbia accelerato i tempi, orientando la società tutta a guardare con occhi diversi la città.
«Il Covid ci ha fatto capire che la normalità in cui viviamo è molto fragile. E alcuni aspetti di questa eccezionalità, penso alla presenza di certe specie di animali, al silenzio, ci fanno pensare che le città possano funzionare in un modo diverso. Si sta pensando ad un arcipelago di borghi, quartieri con un altissimo grado di autosufficienza dove ognuno può trovare tutto ciò di cui ha bisogno, con una grande presenza della natura».

Oggi, nel progettare, si tiene conto di quello che abbiamo vissuto?
«Assolutamente sì, lo stiamo già facendo. Tutti gli edifici e i progetti che stiamo seguendo hanno determinate caratteristiche. Lo facevamo già prima perché l’idea di lavorare sugli spazi aperti su balconi, terrazze e logge è molto forte. Un tema che stiamo sviluppando da tempo, quasi un’ossessione: in un nuovo quartiere sperimentale, a Tirana, sono i tetti che diventano superfici abitabili verdi, spazi semipubblici di pertinenza di condomini e affittuari da considerarsi spazi di vita. Sono le sfide del futuro. La quinta facciata sarà quella dove arriverà la gran parte delle merci grazie ai droni e il tetto diventa parte della casa abitabile».

Adesso è il momento giusto per?
«Per ripensare all’Italia, rigenerare le città e abitare i borghi. Abbiamo 5mila meravigliosi borghi abbandonati: sono delle piccole città che potrebbero lavorare insieme alle metropoli con delle forme di gemellaggio, tra generosità ed innovazione. Milano non se lo deve dimenticare. In due, tre anni si deve dire basta ad automobili a benzina, diesel e gas, si deve chiudere con i combustibili fossili. Milano potrebbe essere davvero un esempio per l’Europa».

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