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27. 10. 2020 07:55

Il ritorno di Charlie Charles: «Com’è nato un nuovo me»

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Charlie c’è, molto spesso. Con la stessa frequenza con cui non si vede. Per questo parlare con lui ha un valore aggiunto. Anche perché ti aspetti un ragazzo di 26 anni con i suoi sogni e la sua spavalderia, mentre ti ritrovi a parlare con un uomo quadrato e riflessivo.

Che (più di) qualche sogno, peraltro, lo ha già realizzato. Dal 2015 di base a Seguro, Charlie Charles – all’anagrafe Paolo Monachetti – non si è mai fermato. Dallo stesso anno ha cominciato a costruirsi, mattone dopo mattone, un’immagine da producer senza limiti musicali, sempre più apprezzato e desiderato. Fino ad oggi, con Elisa che lo prende a modello per autodefinirsi «topo da studio». Charlie conferma che si è «sentito così fino a cinque mesi fa».

Poi cos’è successo?

«È come se avessi aperto gli occhi su una vita più normale, sto vivendo di cose semplici. Ho abbandonato un po’ lo studio, anche perché ora ne ho uno in costruzione».

Nel frattempo come fai a lavorare?
«Non sto lavorando. Il bello di questa vita è il potersi permettere certe cose. In questa fase il lavoro su me stesso mi è più utile dell’essere in studio a fare musica. Le cose sono correlate: un miglioramento mio personale porterà a musica migliore».

Quando te ne sei reso conto?

«Quando ho capito di non essere una macchina. La musica dev’essere qualcosa che ti viene dall’animo. Ad un certo punto ho capito che la vita è fatta anche di altro. E io voglio che la mia sia completata da altre esperienze».

Il tuo lavoro da produttore è trasversale, nel senso che ti rapporti con artisti di ogni età e genere. Riesci sempre a trovare il linguaggio più adatto?
«Partiamo dal presupposto che ho un bisogno fondamentale: il dialogo. Viene prima di fare la musica, perché mi trovo difronte una persona che non conosco. Il dialogo serve per trovare equilibrio e per rendere un lavoro migliore».

E con i silenzi come ti rapporti?
«Ammetto che a volte sia difficile, ma sì: si impara anche dai silenzi. Anche stare in studio con una persona in silenzio è formativo. Sicuramente meglio di stare in studio da solo. La vicinanza è comunque un fattore molto utile per il nostro lavoro».

Un anno fa, per Calipso, eravate in cinque.
«In un lavoro del genere (con Charlie c’erano Dardust, Mahmood, Sfera Ebbasta e Fabri Fibra, ndr) abbiamo azzerato le distanze, ho avvertito questa cosa. Sulla carta cambia poco, il risultato sarebbe stato lo stesso. Tutti i ruoli sono importanti, tutti al pari dell’artista. Anche se ci sono produttori più talentuosi di altri, chi magari è solo un compositore. Cantante e producer sono categorie che vanno distinte. Ma io mi reputo alla pari importanza dell’artista, lo dico con umiltà».

Credi sia stato il tuo momento professionale più alto?
«Ce ne sono stati diversi, la vita professionale è un pendolo costante. Il momento più alto credo sia stato il periodo con Sfera e Ghali. Alto non in termini di risultati, ma di espressività artistica. In quella fase mi sentivo in un ottimo momento».

Poi cos’è successo?
«Avevo già in mente di fermarmi, ma il mercato si rifiuta di farti fermare. Quindi ho continuato con qualche pezzo, fino a Soldi che ha vinto a Sanremo. Dopo ho deciso di fermarmi davvero».

Il momento più difficile della tua carriera?
«Non saprei. Non lo trovo proprio».

E della tua vita personale?
«È una cosa orizzontale. Il mio momento più basso è stato all’inizio della mia carriera: avevo una botta di pressione, di fama e di successo. In quella fase sei inesperto e vieni colto di sorpresa, questa cosa si ripercuote a livello emotivo. Anche oggi soffro di attacchi di panico e ansia. È normale, ma è sconvolgente».

Come si gestisce?
«In realtà non c’è una regola, nessuno sa come si fa. Non so come spiegare, si ripercuote in ognuno di noi in modi differenti».

Nella vita di tutti i giorni, quanto conta il lavoro come soluzione a questo problema?
«Il lavoro è un’arma a doppio taglio: è il rifugio, ma è anche una scappatoia. Stai evitando il problema, è vero che te lo allevia ma non sparisce. Lo stai solo evitando».

Dove hai trovato la tua “cura”?
«Mi sono ricordato di una vita che ho dimenticato. Banalmente nella mia relazione sentimentale, che ora voglio coltivare e far crescere».

Sei riuscito a mantenere la stessa relazione in tutto questo periodo?
«Ci sono riuscito e questa cosa mi rende parecchio orgoglioso».

Hai vissuto la quarantena con lei?
«Sì. Ed è stato un po’ come rimediare agli anni passati, mi trovo bene con lei ed è proprio ciò che volevo vivere».

C’è qualcos’altro che ti ha lasciato questo lockdown?
«Ha rafforzato la mia voglia di fermarmi. Sono stato bene in questo periodo: me lo sono vissuto serenamente, ho studiato, letto libri e ascoltato musica».

Tornando proprio alla musica, sei reduce da una nuova collaborazione con la Dark Polo Gang in Dark Boys Club. Come li vedi, oggi?
«Coprono una nicchia che pochi altri possono ricoprire. La loro virtù non sta solo nella musica, sta anche nei personaggi. È una cosa che non tutti gli altri colleghi hanno, per questo li trovo originali. Fin dall’inizio, sono stato tra i primi a credere in loro e a sostenerli».

Un altro artista rinato è Ghali: come si fa a tornare in vetta?
«Secondo me è sbagliato parlare di “ritorno in vetta”: il boom c’è stato con Cara Italia, ma continua ad esserci oggi in altri modi. La gente non valuta Ghali solo per i numeri, nessuno si è mai dimenticato di lui».

Rkomi ha detto di te: «È severo e maturo per la sua età, ma allo stesso tempo non mancano i momenti per ridere: è una spalla a livello professionale che non esiste, è unico in questo senso. Ed è una sicurezza per me».
«Mi imbarazzano i complimenti, mi riconosco in questa descrizione però non so bene cosa dire. Mi fa piacere che lo pensi. Forse è vero che sono troppo professionista».

Sei un perfezionista?
«Sì».

Cosa vi tiene così incollati, tu e Sfera?
«Siamo molto diversi, quello che ci tiene incollati è proprio questo. Il risultato che arriva dalla nostra musica è il frutto della nostra coesione. Il nostro essere opposti crea quello che siamo. Ci rende anche fondamentali l’uno per l’altro».

Da quanti anni vi conoscete?
«Dal 2009, eravamo amici prima di iniziare le nostre carriere».

Un artista con cui vorresti lavorare?
«Ho due nomi, uno italiano e uno straniero».

Chi sono?
«Andrea Bocelli e Drake».

Qualcuno con cui hai già lavorato, ma con cui faresti volentieri nuove cose?
«Nessuno. Ho già dato: è ora di crescere e fare un passo avanti».

Il tuo primo studio si trova a Seguro, giusto?
«Sì, proprio lì. Dico Settimo Milanese, ma ho sempre abitato a Seguro. Vivo ancora lì».

E che rapporto hai con Milano?
«Non sono uno da movida, per niente. Milano ha le mie radici, da ragazzino ci giravo maggiormente. Ora è più difficile andarci, ma sento comunque un forte attaccamento».

Un posto dove vorresti andare appena avrai la possibilità di farlo?
«Vorrei andare a Tokyo perché non ci sono mai stato. A Milano, invece, vorrei che aprissero il mio nuovo studio (ride, ndr)».

Adesso è il momento giusto per?
«Guardarsi dentro».

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