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03. 12. 2021 17:18

Milano, marzo 2020: fotoracconto del buio

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Milano si è rabbuiata in pochi giorni, quasi senza rendersene conto sino in fondo. L’11 marzo, un mercoledì sera, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte annuncia che in Italia si vivrà come a Wuhan. Si chiude tutto, tranne i servizi essenziali come i market e le farmacie, è vietato uscire da casa salvo che per procurarsi il cibo o per esigenze autorizzate dal decreto che richiedono anche un’autocertificazione. La città diventa spettrale: piazza Duomo, la Galleria, corso Vittorio Emanuele, che anche in agosto brulicano di persone, diventano proprietà dei piccioni. In periferia il discorso non cambia: le uniche presenze si notano all’ingresso dei supermercati dove si formano file composte con gli aspiranti avventori disposti nella distanza di legge e con le mascherine al volto.

Questo volto del tutto inedito è stato assunto dai milanesi solo per senso del dovere, di ossequio alla legge. L’epidemia si era già manifestata a Codogno venti giorni prima, dalla Bergamasca arrivavano le prime immagini degli ospedali tragicamente “stremati” nel dare soccorso ai tanti colpiti dal Covid-19: realtà distanti poche chilometri eppure lontane per tanti milanesi che speravano di dovere solo fare lievi concessioni al morbo. Fino all’11 marzo si è continuato a correre nei parchi, a fare l’aperitivo, a uscire facendo qualche attenzione a non commettere imprudenze. Quando ci si è accorti che non era più possibile continuare così, è stato uno shock, come può accadere solo quando una corsa felice si interrompe bruscamente e obbliga a riporre in garage una fiammante Ferrari.

Per capire meglio questa reazione bisogna ricordare che dopo Expo Milano 2015 è diventata a place to be, secondo un famoso servizio del New York Times del 2016, ovvero è un luogo glamour che coinvolge artisti, designer, architetti, creativi, attori. La città degli eventi, che attirava gente da tutto il mondo, era diventata per la prima volta una città turistica con quasi 11 milioni di turisti nel 2019. Era riuscita perfino ad aggiudicarsi le Olimpiadi invernali del 2026, i giochi sulle montagne per antonomasia che avranno la sede principale al centro della Pianura Padana.

Dal punto di vista sanitario, all’inizio i dati non sembrano catastrofici: l’11 marzo vengono segnalati 359 casi di contagio, pochi se raffrontati a quelli delle zone rosse o di Bergamo. Poi in pochi giorni il giocattolo si rompe, il cigno diventa brutto anatroccolo, i turisti scappano e quelli che volevano venire disdicono le prenotazioni, gli eventi iniziano ad essere rinviati e poi cancellati. Sembra una maledizione, anche il sindaco Sala che pochi giorni dopo il manifestarsi del coronavirus in Italia aveva lanciato l’hashtag “Milano non si ferma”, invitando i milanesi a non arrendersi, alla fine è costretto a cedere e, qualche tempo dopo, a pentirsi di quell’esortazione. Via via vengono cancellati il Salone del Mobile che ad aprile era capace di attirare 400mila persone, il Mido, Miart, il festival di Sannolo che voleva fare il salto di qualità allo Zelig: il presente è tanto oscuro da compromettere anche il futuro, la valanga di eventi sui quali sino a poche settimane prima si lavorava con fervore sono annientati da un virus che ha paralizza tutto e tutti dalla paura.

Per i più vecchi ritornano i ricordi dell’ultima guerra, con la città martoriata dai bombardamenti e dalla guerra: c’è chi azzarda a definire l’epidemia peggiore degli orrori del conflitto mondiale, cosa difficile a credere ma che testimonia bene un senso di precarietà da cui non si sa bene come uscirne. I più colti, complice anche il riposo forzato, riprendono le pagine dei Promessi Sposi che raccontano la peste del 1630 a Milano e si stupiscono nel constatare che nonostante siano passati 400 anni le reazioni non sono molto diverse, anche adesso lo sventurato che non riesce a trattenere qualche colpo di tosse in pubblico è guardato come un untore. Se poi gira senza mascherine è facile che si becchi insulti e reprimende quando va bene, una denuncia quando gli animi sono esasperati.

Non c’è solo paura e incredulità, un terzo sentimento si fa strada molto in fretta in tanti milanesi. Si chiama orgoglio ferito e dilaga in seguito a due fatti. Il primo è tutto locale: sabato 7 marzo circolano le prima voci di un possibile lockdown, ovvero di una quarantena che dovrebbe imprigionare le persone nelle proprie case vietando ogni trasferimento non giustificato, che produce un assalto ai treni della Stazione Centrale e di Porta Garibaldi diretti verso il sud. Sono per lo più studenti o lavoratori meridionali che temono di restare in qualche modo prigionieri e vogliono tornare nei luoghi di origine. L’episodio si ripete il sabato successivo, quando la Fase 1 è già entrata in vigore, si cerca di scappare con ogni mezzo quasi Milano sia diventata un campo flagellato dalla peste. Tra i tanti racconti spicca quello di un tassista che a tarda sera riceve la chiamata da una giovane donna che gli indica subito la via da raggiungere mettendolo un po’ in difficoltà perché quel nome davvero non lo ha mai sentito in tanti anni di lavoro: il suo imbarazzo è subito risolto dalla signora che spiega di volersi recare a Roma, pur di lasciare Milano non esita a sborsare una bella cifra e viaggiare tutta la notte in taxi.

Peggio di queste fughe c’è solo l’atteggiamento ostile nei confronti dei milanesi che si palesa in tante parti d’Italia, in specie al sud. Anche dalle autorità locali arriva l’invito, o meglio l’intimazione, ai milanesi/lombardi a non lasciare le proprie terre per non propagare i contagi. In Liguria, Sardegna, Versilia, dove tanti milanesi possiedono le seconde case, si controlla se queste sono abitate, in giro si acuisce l’udito per captare un accento meneghino o qualche espressione in uso all’ombra della Madonnina. Sembra una nemesi, la città più ricca e internazionale d’Italia viene bandita ovunque e i suoi abitanti sono considerati impresentabili. È davvero troppo per chi ha offerto a svariate generazioni di meridionali la possibilità di un lavoro, di una casa, l’approdo sicuro dopo un viaggio della speranza in cerca di una sanità più qualificata di quella a pochi metri da casa. Anche chi non ha mai coltivato sentimenti leghisti sputa veleno contro l’ingratitudine di chi ha cercato, e magari continuerà a cercare quando tutto sarà finito, fortuna nella “Milan col coeur in man”.

Il tempo per lo scoramento, per fortuna, non è tanto. C’è da organizzare una nuova vita tra le mura domestiche. Le famiglie si trovano a convivere 24 ore su 24 come mai era capitato prima se si eccettuano i momenti vacanzieri. Non è facile abituarsi, ancora meno lo è per chi vive da solo: sono ben 400mila i single, più del doppio delle coppie, per questi la vita solitaria non è una bella scoperta, chiusi palestra, ufficio, parco e locali diventa quasi obbligatorio attaccarsi al telefono e chattare in modo più o meno compulsivo per evitare di essere divorati dalla solitudine. La scorza del milanese, però, è dura e anche in queste occasioni si riesce a dare il meglio di sé.

La parola d’ordine è resilienza, lo strumento per resistere si chiama smart working, ovvero il lavoro restando a casa. Non è una novità assoluta, alcune aziende già lo praticano concedendo qualche giorno di lavoro casalingo ai dipendenti. Adesso fare ricorso a questo sistema è una necessità pena il fermo totale dell’attività. Il primo a capire che questa sarebbe stata la nuova strada è il Comune di Milano che lo autorizza fin dal 21 febbraio ai dipendenti residenti nella zona rossa, poi a fine mese lo estende a coloro che lo vogliono svolgere. L’azienda più grande della città arriva a farne lavorare un terzo in telelavoro, avviando una nuova organizzazione dalla quale difficilmente si tornerà indietro anche una volta superata la pandemia. Stesso discorso vale per la cultura, con gli artisti che scoprono questo nuovo strumento: capita così che Gianna Nannini faccia il suo concerto in streaming, che la Triennale organizzi un Decameron con artisti che si esibiscono on line modernizzando il capolavoro di Boccaccio. Un intero evento si trasferisce su internet: il 21 marzo in occasione della Giornata Mondiale della Poesia l’orchestra LaFil-Filarmonica di Milano propone in streaming il concerto con cui ha chiuso l’edizione 2019 di BookCity, la manifestazione milanese dedicata al libro.

Accanto a questi fortunati che continuano l’impegno tra le mura domestiche ce ne sono tanti altri che si vedono costretti all’inattività. Sono dipendenti di ristoranti, bar, negozi, liberi professionisti, operai, partite Iva cui tocca una sorte molto dura: il lavoro è sospeso, stesso discorso per la retribuzione e, cosa ancora più pesante, non sanno se potranno riprendere il loro mestiere. Si creano situazioni di disagio economico, si comincia ad avere difficoltà negli acquisti di beni primari: la risposta arriva subito, le parrocchie e la Caritas si attivano per fare arrivare i pacchi con generi alimentari, nei quartieri si organizzano forme di mutuo sostegno, arrivano le donazioni. Emerge la natura più nobile della comunità, una solidarietà di vicinato forte che tiene in piedi il tessuto sociale.

Stando dentro casa i comportamenti cambiano. Per lavoro o solo per potere parlare con i parenti che non si possono più raggiungere, si scoprono i collegamenti online. Chat di gruppo con anche decine di colleghi di lavoro, oppure con il padre la madre o i figli, diventano appuntamenti quotidiani. Le riunioni di lavoro si fanno stando seduti nella scrivania della propria camera o sul divano del salone, non è necessario avere giacca e cravatta, né essersi riempito di profumi o deodoranti, basta che la propria faccia appaia sul monitor e che la propria voce si senta e il gioco è fatto. A volte le cose si complicano, bisogna tenere sotto controllo il figlio piccolo che strepita o litiga con il fratello, oppure c’è la moglie o il figlio che devono collegarsi per lavorare o per seguire una lezione scolastica, il che significa che occorrono più computer e un buon wifi.

A dispetto di chi pensa che Milano sia solo “laurà e dané” questo avvio buio della Fase 1 ha consentito di emergere un aspetto più nascosto della popolazione. Lo stare a casa, solitari o in compagnia, privati delle più elementari libertà e in balia di un virus micidiale ha consentito a tanti di stare più soli anche con sè stessi, un’occasione per riflettere sulle cose importanti della nostra vita. Proprio l’11 marzo, l’inizio del lockdown, l’Arcivescovo Mario Delpini è salito sulla terrazza del Duomo di Milano per rivolgere un’invocazione alla Madunina, la cui statua – simbolo religioso e civile della città e della diocesi – sormonta la guglia maggiore della Cattedrale. «O mia bela Madunina che te dominet Milan, conforta coloro che più soffrono nei nostri ospedali e nelle nostre case, sostieni la fatica dei tuoi figli impegnati nella cura dei malati», è stata la preghiera di Delpini seguita anche dai non credenti. Stesso discorso si è verificato un mese dopo durante la Settimana Santa, con Papa Francesco che pregava da solo in una piazza San Pietro battuta da una pioggia incessante, quasi una metafora dei lutti e del dolore provocato dall’epidemia. Tanti milanesi, anche in questo caso non solo i credenti, hanno assistito alla diretta televisiva di una cerimonia tanto inedita quanto suggestiva partecipando con intensità alla settimana di passione.

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