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07. 05. 2021 06:48

Lo strano incontro fra i Brighella e Paolo Rossi: «Ora faccio parte dell’allegra brigata»

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«Chiedo scusa alla favola antica / se non mi piace l’avara formica / io sto dalla parte della cicala / che il più bel canto non vende… regala!».

Una filastrocca di Gianni Rodari per spiegare l’essenza di Brigata Brighella, progetto nato a metà maggio dal Dopolavoro Stadera con l’obiettivo di portare a casa delle persone la gioia e la spensieratezza, la bellezza e la fantasia, il sogno e la favola propri del teatro di strada.

Tutto questo insieme alla spesa solidale consegnata dai ragazzi delle Brigate Volontarie di Emergenza, quindici nuclei organizzati da Emergency e appoggiati dal Comune, al servizio per l’intero periodo di lockdown e della Fase 2.

Prendendo ispirazione dalle Fiabe italiane raccolte da Italo Calvino, i ragazzi di Brigata Brighella hanno elaborato novelle contemporanee per la città di Milano, con un occhio di riguardo all’attualità, alla multiculturalità e alla convivenza civile: un lavoro drammaturgico e attoriale originale, a servizio della comunità, raggiunta a sorpresa direttamente nei propri condomini ed invitata ad affacciarsi alle finestre o a scendere in cortile per assistere allo spettacolo.

Sorpresa nella sorpresa, la prova generale vede la partecipazione di Paolo Rossi: «Paolo è venuto a conoscenza del nostro progetto e ci ha contattati per darci un aiuto drammaturgico nel preparare i nostri interventi – rivela Vlad Scolari, attore, drammaturgo, marionettista, regista e referente di Brigata Brighella –.

Parlando di giullari e affabulatori, chi meglio di lui poteva capitarci? La sua offerta gratuita di aiuto è un gesto non comune, in un periodo in cui si parla tanto della nostra categoria, ma si fa un po’ poco». Nel giardino della sede di Emergency, all’ombra della Basilica di Sant’Eustorgio, arriva Paolo Rossi.

Come ha scoperto la Brigata Brighella?
«Mi interesso di quello che accade in città e del grosso dibattito in atto fra i teatranti: coloro che sanno che nulla sarà più come prima e quindi usano stimoli di creatività per creare nuovi progetti, in contrapposizione a quelli che pensano che tutto ridiventerà normale e si aspettano solo delle tutele».

Cosa l’ha spinta a venire ad aiutare questi ragazzi?
«Non è solo un atto di solidarietà verso chi fa solidarietà, ma una curiosità professionale. A giugno parto con uno spettacolo dal vivo con il Teatro Stabile di Bolzano, il primo progetto a ripartire dopo le chiusure dovute al coronavirus. Si tratta di prove aperte al pubblico dello spettacolo Su la testa, un monologo, una sorta di visita guidata alle prove che vuole tornare ad essere commedia di strada, teatro popolare fra la gente».

Avete timore di come reagiranno le persone?
«Mi aspetto, anzi, un eccesso di partecipazione per un teatro che sta al fronte, come questo che sta creando Brigata Brighella. Ho iniziato la mia carriera facendo il tecnico, poi si è ammalato un attore e sono entrato in scena io. Ho pensato: “Che ci vorrà mai?”. L’attore non deve perdere troppo tempo a pensare a come eseguire bene il testo, deve improvvisare».

Che suggerimenti può dare?
«Quello che cerco di insegnare è teatro d’emergenza. Io ne ho prese parecchie di batoste, da gente che mi diceva “Tu non farai mai ridere”. Il primo suggerimento è quello di non prendersi troppo sul serio, il secondo è quello di rubare: rubare un testo è geniale, purché lo elabori e lo fai tuo, mentre copiare è da coglioni. Non sono il primo a dirlo, prima di me l’hanno sostenuto Dario Fo e Picasso. Per questo rivisitare le fiabe di Calvino è un’ottima scelta».

Poi, però, ci sono le tecniche drammaturgiche.
«La prima regola è quella di non preoccuparsi troppo di eseguire bene il compito, ma di sfruttare ogni occasione, ogni intoppo che potrà accadere per portarlo a proprio favore e inserirlo nella comunicazione. Poi, ovviamente, ci sono le tecniche drammaturgiche, che si imparano con gli anni e l’esperienza».

Un esempio?
«La stabilità sul palcoscenico: l’attore non parte dalla testa, ma dai piedi, con i quali deve essere saldo, senza ciondolare da una gamba all’altra, per dimostrare di aver preso possesso del palco, qualunque esso sia. Perché il palcoscenico del Piccolo è diverso da quello del Franco Parenti, che è diverso dallo Strehler, che è diverso da un cortile di un condominio. E poi il ritmo del discorso deve continuamente cambiare, come in musica, per tenere viva l’attenzione. Infine, sapete cosa salva la vita ad un attore? L’invenzione, la fantasia, la gag improvvisata e l’emozione».

E cosa succede se ci si emoziona troppo in scena?
«Usa l’emozione e regalala al pubblico, che c’è così poca emozione oggi».

Qual è il compito dell’attore, oggi?
«Il compito laico che va assolto è quello di portare conforto, poi tutto ciò che arriva è in più. Questi ragazzi sono degli entusiasti e io semplicemente li alleno, come fa un allenatore di calcio: qui gli attori sono giocatori senza ruolo fisso, una squadra dove ciascuno aiuta il compagno in difficoltà. Sono il mister in campo, ovvero in scena. Il “libero” di una volta non esiste più, come le quinte di questa scena».

Adesso è il momento giusto per?
«Ricostruire, con etica e fantasia».

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