Dal Politecnico alla politica? La ricetta di Ferruccio Resta: «Ricreiamo la comunità»

Il pragmatismo è quello dell’ingegnere. Ma le idee (e il modo di raccontarle) sembrano quelle di un politico. Anche se quel mondo, per lui, pare ancora distante. Rettore del Politecnico di Milano dal 2016 e da pochi mesi anche presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane, Ferruccio Resta è stato tra i primi a cavalcare le opportunità che l’emergenza Covid ha sbattuto in faccia al mondo universitario. Una su tutte: la didattica a distanza. Ora, però, sostiene l’assoluta esigenza di ricreare la “comunità umana” che costituisce il cuore degli atenei.

L’online ha salvato l’università?
«Diciamo che ha salvato il semestre. Sabato 22 febbraio, con quindici casi a Codogno, ci trovammo con tutti i presidi per prendere una decisione difficile».

Quale?
«Sospendere subito le lezioni e portare tutto a distanza. Fu dura perché in quel momento non conoscevamo ancora l’impatto della pandemia».

L’emergenza ha accelerato un processo?
«I piani d’emergenza si fanno esattamente per essere pronti se e quando dovesse scattare l’emergenza. Abbiamo fatto scelte un po’ ardue, adottando un unico strumento per tutti e poi mantenendo un orario. Queste due iniziative rendevano il processo più difficile, ma permettevano di essere più efficaci».

Che cosa comportavano, in particolare?
«La preparazione di strumenti, docenti e studenti. Lavorando 24 ore su 24, dopo quindici giorni, avevamo tutta l’offerta formativa a distanza a regime. Spesso il senso comune sminuisce la visione della Pubblica Amministrazione, ma credo che abbiamo fatto un gran lavoro».

Un esempio virtuoso…
«La Pubblica Amministrazione può e deve essere una macchina efficiente. E la burocrazia non può essere l’alibi per non essere una Pubblica Amministrazione capace di rispettare tempi e scadenze».

Le università ripartiranno a regime dopo le scuole?
«Gli atenei hanno grandi numeri, noi abbiamo 45mila studenti, di cui 7mila internazionali e 20mila provenienti da tutta Italia. È chiaro ed evidente che ripartiremo quando tutta l’area che vede coinvolti i nostri giovani sarà fuori dal virus. Diversamente, tenere chiusa la scuola, che ha un bacino strettamente locale, a settembre sarebbe un delitto».

Oggi come vi state muovendo?
«Stiamo riaprendo, posto che i servizi non si sono mai fermati. A luglio tante università faranno rientrare gli studenti per esami e lauree. Ovviamente un conto è parlare della Sicilia, un altro della Lombardia, dove ipotizziamo la didattica a distanza fino al 31 luglio».

E a settembre?
«L’università è una grande comunità in presenza, che si misura dalla qualità delle relazioni sociali tra docenti e studenti. Senza queste relazioni, l’università decade rapidamente. Non dobbiamo rinunciare alla nostra missione e, quindi, stiamo ipotizzando un’università in presenza».

In che modo riuscirete a rispettare le distanze?
«Quantificheremo questa presenza in base ai metodi e alle linee guida che ci diranno. Ma questa è una variabile di progetto».

E la didattica a distanza avrà un futuro?
«Certo, c’è un confronto costante con le università europee e credo che si possano occasionalmente costruire grandi aule virtuali, con un valore incredibile. Il digitale, che quest’emergenza ci ha permesso di valorizzare, permetterà di accelerare il percorso che avevamo già tracciato verso un ateneo aperto al mondo delle imprese, delle istituzioni e della comunità internazionale».

Come si sono mantenute le relazioni umane?
«Subito avevamo deciso alcuni punti fermi, tra cui comunicare a tutti, senza distinzioni di target, per rimanere uniti. Volevamo palesare le decisioni, ma anche le preoccupazioni e i dubbi. Non era un bollettino, piuttosto una narrazione dei fatti quotidiana».

Con quali benefici?
«Far sentire la comunità unita. E da quello strumento sono arrivate tantissime domande, cui abbiamo cercato di rispondere sempre con puntualità».

In che modo il Politecnico si è messo al servizio dell’emergenza?
«Messa in sicurezza la prima missione della formazione, abbiamo cercato di dare una mano a tutte le istituzioni e continuiamo a darlo. Abbiamo commutato laboratori per produrre liquido igienizzante, producendo centomila litri con carichi quotidiani della Protezione Civile da destinare alle carceri, al mondo del volontariato e negli uffici pubblici».

Avete testato anche alcuni materiali per le mascherine…
«Sì, assistendo filiere di aziende che commutavano produzioni su scala nazionale».

Che cos’altro?
«Abbiamo sviluppato il modello “UnLock” con cui cerchiamo di dare supporto alle istituzioni per organizzare la ripartenza. Abbiamo smesso di fare i ricercatori per qualche mese per fare gli architetti, i designer, gli ingegneri e gli urbanisti, ma poi torneremo a fare i ricercatori perché siamo più bravi in quello».

Milano dovrà cambiare pelle?
«Intercettando la volontà dei cittadini, l’amministrazione comunale aveva già deciso la transizione verso una città più sostenibile. Magari questo percorso intercetterà qualche diffidenza sul fronte del trasporto pubblico di massa, ma è una visione coerente. Se poi pista ciclabile ostruisce qualche “carico e scarico”, non mi sembra nulla di trascendentale. L’unica soluzione per non fare errori è rimanere immobili».

Anche l’area di San Siro avrà un nuovo volto…
«Quel progetto ha seguito un percorso immaginabile fin dall’inizio».

In che senso?
«C’era bisogno di un tempo di sedimentazione tra le posizioni, inizialmente lontane tra loro. Ora è bene chiedersi che tipo di stadio fare nel dopo Covid e sarà una bellissima sfida».

Avremo meno bisogno di mobilità?
«Si tornerà a viaggiare per tanti motivi. Semmai il digitale libererà tempo e ci sarà una vera rivoluzione industriale con nuovi comportamenti e, di conseguenza, nuove esigenze e nuovi mercati».

Che andranno cavalcati…
«Con politiche coraggiose e veloci. Abbiamo fatto il ponte di Genova in due anni. Basterebbe già applicare le stesse regole per i prossimi ventiquattro mesi».

Giuseppe Sala ha suggerito un Governo dei bravi e dei più capaci…
«Allora candidiamo il sindaco di Milano (sorride, ndr)».

Adesso è il momento giusto per?
«Per non aver paura perché in tre anni il Paese deciderà le sorti dei prossimi venti. Se utilizzeremo risorse a pioggia, senza fare scelte e senza scomodare qualcuno, ci ritroveremo con un divario incolmabile con altri Paesi europei».

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