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23. 06. 2021 05:00

Sarcina, Irama e l’inedito Milano: «Sì, abbiamo optato per qualcosa di straordinario»

Insieme ad Irama, per l’Ospedale Niguarda

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«Abbiamo messo insieme quello che avevano da offrire due ragazzi della stessa città, rinchiusi a pochi chilometri di distanza». Così Francesco Sarcina e Irama hanno pensato a Milano, singolo disponibile da fine marzo su tutte le piattaforme digitali di streaming e download, i cui proventi artistici sono devoluti all’Ospedale Niguarda.

 

Francesco Sarcina e Irama insieme per Niguarda

Francesco, come mai questa sinergia inaspettata?
«Perché ci accomuna l’amore per la nostra città. Tra le tante difficoltà di questo periodo abbiamo trovato anche una serie di risvolti positivi, come la possibilità di pensare e creare cose che esulano totalmente dalla normalità: in condizioni “standard” avremmo chiuso il brano in un paio di giorni in sala di registrazione, mentre in questo caso abbiamo optato per qualcosa di straordinario».

Si parla di Milano, ma non solo.
«Esatto. Anche perché, oltre all’esigenza di fare qualcosa di concreto in questo momento storico difficile – e per fortuna noi artisti troviamo una valvola di sfogo nella scrittura -, ci siamo trovati a parlare anche del pianeta Terra: Irama mi ha proposto il brano nudo e crudo, senza strumenti digitali, solo con chitarra acustica. Il suo trasporto melanconico racconta tutta la realtà milanese vista con i nostri occhi».

Come mai avete scelto il Niguarda?
«Si tratta dell’ospedale storico di Milano, per questo abbiamo deciso di aiutare una realtà presa sotto assedio dall’emergenza come simbolo della nostra città».

Milano, ora, è uno dei centri più sotto osservazione. Reagirà?
«Una situazione del genere scava nello spirito e nell’animo. I nostri nonni hanno vissuto la vera paura della guerra, ma questa città ha saputo rialzarsi anche grazie al contributo degli emigrati, capaci di assorbire il senso di immediata operosità di chi li affiancava. Potrebbe riaccadere, anche se negli occhi del prossimo troveremo ancora il timore del domani».

Qual è la tua paura più grande?
«L’incertezza. Quando tutto finirà continueremo ad uscire con le mascherine, ma senza un vaccino non sapremo mai se effettivamente l’emergenza sarà finita. Qualcosa si è rotto dentro le nostre certezze e il fatto di non sapere ci manda nell’oblio, nell’invisibilità del nostro nemico senza volto. Il domani mi preoccupa, sono sincero».

Come vive la quarantena il tuo quartiere?
«L’Ortica è un villaggio pieno di artisti e di personalità di ogni genere. Qui accadono cose molto divertenti: mi sento parte integrante della comunità, che si aiuta nel piccolo con tutti i mezzi possibili».

La prima cosa che farai a quarantena conclusa?
«Un giro in bicicletta sui Navigli. Anche l’idea di riavviare la città limitando l’utilizzo delle macchine potrebbe rivelarsi un modello da emulare in futuro. Saremmo “babbi” se non approfittassimo degli spunti nati dalle difficoltà di oggi».

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