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17. 06. 2021 22:04

Mahmood racconta il suo nuovo album: «Ghettolimpo, il mio presente»

Finalmente Mahmood racconta a Mi-Tomorrow il nuovo album e la “sua” Milano: «Sono il direttore artistico di me stesso»

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Un’escalation senza fine per due anni memorabili. Dopo Gioventù Bruciata, Mahmood torna oggi con Ghettolimpo, un nuovo album in quattordici tracce fra grande voglia di «presente» e collaborazioni importanti come Elisa, Sfera Ebbasta, Faid e Wooskid. Da Soldi sembra passata un’eternità: una sensazione che certifica l’ottimo lavoro del “ragazzo del Gratosoglio”, oggi tra le music icon più amate nel nostro Paese.

Qual è la differenza tra Gioventù bruciata e Ghettolimpo?
«Gioventù bruciata rappresenta i ricordi, Ghettolimpo è proprio il presente, rappresenta quello che mi è successo da due anni a questa parte ed è come mi sento adesso. Mi fa strano sentire canzoni scritte due anni fa, risentirle oggi e ritrovarmici ancora. In questo disco c’è molto viaggio perché è un disco scritto in movimento sugli aerei, non si percepisce la quarantena perché in realtà in quel periodo ho scritto poco».

Ti senti balance in questo momento della tua vita?
«No, zero. Al momento sono un po’ Ghettolimpo, tra la pace interiore e l’esaurimento nervoso, quella via di mezzo che può sembrare una balance, ma non lo è. Avrò la balance quando farò dei concerti, perché effettivamente due anni per lavorare un disco porta ansie e tanti pensieri. Aver combattuto per le proprie canzoni ed esserne soddisfatti per me è già una vittoria, quindi sono felice».

Dei è una filastrocca che affonda le radici nella tua passione da bambino per la mitologia greca. Che bambino eri?
«Ero molto curioso, di base la mitologia greca è stata una passione che avevo dai 6/7 anni perché mia mamma aveva comprato questa specie di enciclopedia per ragazzi, Dami, che nella parte finale aveva il dizionario mitologico, dalla A alla Z».

Cosa c’era al suo interno?
«Le storie di tutti i personaggi. Ero proprio andato in fissa e passavo le ore a leggerlo. Chiudevo gli occhi e mi immaginavo quel mondo. Da lì è nato questo link con la mitologia greca, che ho ripreso all’inizio con Rapide».

Dove dici che «il ricordo è peggio dell’Ade»?
«Lì ho attaccato il concept, anche se in realtà questo disco l’ho iniziato a scrivere due anni e mezzo fa, su un aereo per andare a Tunisi. Il primo pezzo che ho scritto è Baci dalla Tunisia dove inizio a parlare già di nuove sensazioni».

Riesci a goderti i viaggi o rimpiangi casa dopo poco?
«In realtà appena sto troppo a casa voglio andare in tour, appena sto troppo in tour voglio andare casa: la mia vita è un po’ così e credo che sia così un po’ per tutti. Ogni cosa deve avere il giusto tempo e peso, senza esagerare troppo in qualcosa perché comunque abbiamo tutti bisogno della famiglia, degli amici, ma soprattutto delle nostre passioni, di lavorare, avere il contatto con la gente e vedere che cantano le nostre canzoni. Siamo umani e non possiamo vivere solo di una cosa, dobbiamo vivere di tante, tante cose».

mahmood

Ghettolimpo è una preghiera libera dedicata a tutti coloro che si rivolgono al cielo. Ricordi cosa passavano per radio ai tempi della tua infanzia in Egitto?
«Mi sembrava sempre la stessa canzone, ero piccolo e non capivo niente. Ogni tanto papà si svegliava con le cantanti arabe, appena partiva una canzone femminile si girava verso di me e mi diceva “Alessandro, questa è la cantante più brava d’Egitto. Capito?”. Era proprio innamorato delle voci femminili, gli piaceva molto anche Whitney Houston, la chiamava Whitney Hustel. A me, invece, piacevano le Spice Girls».

«Il cielo guarda solo chi merita» è una frase in Ghettolimpo che sembra legata a una tua figura particolare di riferimento. È così?
«È una frase collegata anche al brano con Woodkid Karma. Un po’ credo nel karma, quindi è come se dicessi “comportati bene perché comunque, se ti comporti male, nella vita tutto torna”. Questo è il significato».

Inuyasha, invece, è una ballad ispirata all’omonimo manga giapponese. In che modo hai contribuito alla realizzazione del fumetto per la rivista Manga Vibe con Redjet?
«Ho proprio comprato un quaderno. Disegnare è sempre stata la mia passione e ultimamente, se non riesco a spiegarmi bene a parole, disegno. Ho comprato un libro in un negozio dove mi hanno spiegato bene come disegnare l’anatomia del corpo, gli occhi, le mani, le braccia. È proprio così che ho disegnato la cover di Ghettolimpo».

Sei bravo a disegnare?
«Mi piace molto. Devo dire che mi aiuta molto ad esprimermi anche a livello artistico, a far vedere come voglio che sia fatta una cosa».

Manga, videogiochi… Sei un pò nerd?
«Mi piacciono molto. Questo disco è un po’ un videogame. Ogni canzone è un livello e un personaggio è stato creato appositamente per dare quel sapore. Kobra è quel modo che a me e a Dario (Dardust, ndr) appartiene parecchio. Per questo la cover del disco è stata realizzata a mo’ di gioco della PlayStation».

E poi ci sono anche le Hot Wheels nel video diretto da Attilio Cusani.
«Mi ricordo da piccolo di aver visto una pista viola che faceva il giro della morte ed è un giro che torna sempre, anche nelle cose che magari ti aspetti di meno. Hot Wheels, poi, è un brand che mai mi sarei immaginato collegabile alla mia musica. Invece ci sta da Dio».

Nel video di Klan, per la prima volta, balli con 25 ballerini coreografati da Carlos Diaz Gandia. Mentre scrivi le canzoni, parallelamente ti immagini il video?
«Sempre: mi immagino il video, sento le idee, vedo le foto su Instagram, se ci sono immagini che mi ispirano qualche idea».

Un esempio?
«Per il video di Rapide avevo visto un anno prima il film Gummo e la scena nella vasca con il latte mi ha ispirato. Viaggio molto anche per immagini: ciò che mi piace lo salvo e me lo conservo per idee future. Diciamo che sono il direttore artistico di me stesso. Gestisco le cover e i video, anche se per Klan ha fatto tantissimo Attilio Cusani».

Potresti essere definito un Kanye West italiano…
«Non lo so, bisogna chiedere a Kanye West se potesse essere definito un Mahmood americano (ride, ndr)».

Zero è la colonna sonora che chiude l’omonima serie di Netflix girata a Milano. Com’è nato il progetto?
«È stata proprio una richiesta, siamo andati a cena con gli ideatori della serie e ci hanno proposto di scegliere le canzoni di due puntate. Ho detto subito di sì, è una cosa molto stimolante che non avevo mai fatto. Sono uno che si mette abbastanza in gioco».

L’hai fatto anche per Rubini, con Elisa.
«Un giorno vado da Klaus (Claudio Bonoldi di Universal Music, ndr) e gli chiedo di farmi sentire un po’ di pezzi nuovi: mi fa sentire questo provino scritto da Elisa. Mi spiega che è un suo esperimento da dare a qualcun altro. Lo prendo e ci lavoro. Ho provato a registrarlo con lei in Toscana: ci siamo visti, ho riscritto la strofa, ci siamo rivisti, poi Dario ha fatto asciugare la produzione. Ho fatto mettere le chitarre perché mi sembrava un po’ troppo fredda. Così è nata Rubini».

Cos’è oggi per te Milano?
«Milano è sempre casa, anche se ultimamente non ne posso più. Voglio andarmene sempre via perché, dopo un anno e mezzo chiusi, ho voglia di viaggiare. Ma le voglio sempre bene. In Italia non sceglierei mai altre città».

 

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