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12. 05. 2021 19:16

Måneskin, i vincitori di Sanremo presentano il nuovo album: «Che bello sentirsi capiti»

Fuori oggi l’album dei vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo: i Måneskin sono il messaggio ideale per le nuove generazioni fra coesione, forza nei propri mezzi e voglia di rivoluzione. E il Forum è lì ad attenderli: due date su tre sono già sold-out

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Sono l’esempio perfetto per i talenti che vogliono intraprendere il mestiere dell’artista. I Måneskin sono giovani, carichi di energia, belli, consapevoli di dove sono e di quello che vogliono.

La loro vittoria alla 71ª edizione del Festival di Sanremo non è certo un caso, quanto frutto di un ottimo lavoro di squadra. Zitti e buoni è fiore all’occhiello di Teatro d’ira vol. 1, prima parte di un progetto – fuori da oggi – che verrà presentato live da dicembre, con tre date previste al Forum di Assago. Covid permettendo.

Il tempo è un giudice straordinario: laddove la tv vi ha tolto una vittoria che sembrava scontata nel 2017 a X Factor, vi ha ripagato con gli interessi a Sanremo. Ci avete pensato?
«Certo che sì. Anche per questo è stato qualcosa di assurdo: eravamo consapevoli che al Festival solitamente non c’è il genere di musica che abbiamo portato. Non ci aspettavamo che il pubblico potesse apprezzarci così tanto e subito».

Siete arrivati senza aspettative, insomma.
«Di nessun tipo, esatto. Per questo l’ultima sera è stata una sorpresa ancora più grande».

Quanto credete di essere cambiati da quella finale in cui cantavate con James Arthur?
«Tanto e poco nello stesso tempo. Fra di noi ci siamo molto equilibrati, siamo maturati. Siamo proprio più adulti. Ma ci siamo evoluti mantenendo il nostro stile».

Ph. Gabriele Giussani

Il nuovo album è stato registrato in presa diretta, rimandando alle atmosfere analogiche dei bootleg anni ’70. Un approccio all’album da sala prove, che suona sporco. Perché questa scelta?
«L’approccio live è quello che più fa per noi. È il momento in cui ci sentiamo più liberi. Quando abbiamo fatto il primo album eravamo proprio piccoli, non avevamo neanche contemplato tutte le ipotesi e i modi diversi per registrare. Ci siamo ritrovati catapultati in questo mondo a fare questo mestiere da giovanissimi».

Tutto fatto sull’onda dell’entusiasmo…
«Super euforici per ogni cosa. Eravamo felici e inesperti. Su alcuni aspetti non sapevamo nemmeno che ci fossero opzioni, scelte e diversi risultati. In questi anni ognuno di noi ha lavorato molto sul suono, anche con gli insegnanti del singolo strumento, iniziando a capirne anche a livello un po’ più tecnico di amplificatori, pedali, strumentazioni, tipi di registrazioni, microfoni».

Ora avete raggiunto il suono che volevate?
«Sai, alla fine siamo solo in tre a suonare. Ciò che fa davvero la differenza è la coesione fra quei tre strumenti, unita all’energia con cui si registra che ovviamente, se gli strumenti sono separati, si perde un po’. Questo è il motivo per cui abbiamo deciso di di registrarlo in questa maniera, un po’ cruda, facendo sentire per bene ciò che è l’impatto live. È come se effettivamente ci fosse una persona in saletta a sentirci provare».

Anche la voce è registrata in “stile live”.
«L’obiettivo era che il disco non cambiasse. Sulla voce ci sono poche doppie, non ci sono doppie voci, nemmeno momenti con molte voci. Anche vocalmente avevamo proprio il desiderio di traslare il disco live. Non vogliamo che sia una cosa completamente diversa: vogliamo portare su palco la stesso risultato».

Coraline inizia con un arpeggio che ricorda Bocca di rosa, poi si trasforma in un rock anni ‘90 stile Verdena. In tutto questo, chi è Coraline?
«Partiamo dal presupposto che ci sta tutto quello che hai detto finora. Diciamo che, in questo caso, Coraline è soltanto il “gancio” per aver un personaggio. Non è musicale, è un modo per parlare di altre cose».

Ph. Francis Delecroix

Una storia senza lieto fine?
«Non c’è il lieto fine, in effetti. L’uomo è uno spettatore che vive un passivamente quello che sta succedendo perché non può fare nulla. È la descrizione dell’appassimento della vita per colpa di questo mondo che c’è all’esterno».

Lividi sui gomiti “ammicca” ai Linea 77. Sembra una canzone di denuncia contro un potere che reprime la crescita personale e che ci vorrebbe tutti uguali…
«È anche quello, ma non c’è mai un bersaglio tangibile quando facciamo questi pezzi che lasciano trasparire questo senso di denuncia. Non è un attacco ai poteri forti o qualcosa di aulico, insomma. È una traslazione di esperienze nostre, un modo di raccontare quello che viviamo e che percepiamo».

Come definireste il successo?
«Qualcosa di buono, ma anche con un suo preciso lato negativo fatto di pressioni, di giudizi, di gente che cerca di cambiarti e che cerca di infilarti in posti non tuoi. In Lividi sui gomiti, in particolare, c’è proprio la spiegazione di come noi lo viviamo, del fatto che non ci interessi l’ostentazione. Durante il nostro percorso abbiamo incontrato persone che hanno provato ad ostacolarci. Ma ora siamo qui».

I wanna be your slave è uno dei due brani inglesi dell’album. Sembra che vi ispiriate sia al rock alternativo italiano anni ‘90, come ci siamo detti, ma anche ai Franz Ferdinand e a tutta la wave inglese degli anni 2000.
«Un botto, sì. Anche se ognuno di noi ha influenze diverse, sicuramente gruppi inglesi come New Wave, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys ci hanno segnato parecchio. Quando eravamo in Inghilterra eravamo a contatto con mille realtà del genere. E in quel periodo abbiamo scritto alcuni di questi brani che ricordano precise sonorità».

Con In nome del padre, invece, siamo più verso i Rage Against the Machine. In comune c’è l’attitudine incazzata, anche se loro portavano tematiche spesso a favore delle minoranze etniche, contro il capitalismo e la globalizzazione. Voi, come detto, non denunciate situazioni precise. Vedremo mai un album dei Maneskin più politicamente schierato?
«Chissà, tutto può essere. Adesso stiamo ancora formando quelle che sono le nostre personalità, il nostro focus è tanto sulla musica. Ciò non vuol dire che non ci interessa e non ci interesserà prendere posizioni nette, un giorno. Siamo quattro ragazzi di vent’anni con idee in formazione, anche diverse l’uno dagli altri. Insomma, non vogliamo irischiare di influenzare le persone che ci ascoltano con le nostre idee politiche che teniamo come un aspetto privato. Poi, certo, ci esponiamo su quella che, ad esempio, è la discriminazione verso le minoranze, verso la comunità LGBT, verso il razzismo».

Oggi il rock può crescere?
«Sicuramente è assimilabile a mille altre cose. Pensiamo a gruppi come i Muse che sfruttano tantissimo strumentazioni digitali e sequenze… Noi, per ora, difendiamo il nostro orticello. Facciamo questo tipo di musica perché è il nostro strumento di comunicazione. Ci troviamo meglio, più a nostro agio, ci soddisfa molto. Poi non possiamo sapere se domattina, svegliandoci, decidiamo di imparare a suonare i sintetizzatori per inserirli nella nostra produzione. Ma è sempre tutto frutto di qualcosa che viene dall’interno del gruppo. Da noi».

Quali riscontri positivi avete particolarmente apprezzato?
«Tipo Vasco? (Ridono, ndr)».

Una bella soddisfazione per voi, no?
«Abbiamo avuto un sacco di riscontro da artisti veramente importanti quindi, sì, è una bella soddisfazione e ne siamo felicissimi. Non possiamo non partire da Vasco, ma pensiamo anche a Manuel Agnelli che ci ha dato la possibilità di condividere con lui la nostra interpretazione di Amandoti nella serata dei duetti a Sanremo. Quello che possiamo dire è che ci siamo sentiti capiti. Ed è stato molto gratificante».

Il 18 dicembre dovreste tornare al Mediolanum Forum di Assago per la prima di tre date live, di cui due già sold-out. Quanto sperate di poterle viverle con la pandemia alle spalle una volta per tutte?
«La verità? Stiamo cercando di contenere l’entusiasmo perché, in caso di annullamento, non vogliamo che ci si spezzi il cuore completamente. Stiamo un po’ tenendo a bada le emozioni e la voglia, che è grandissima. Se tutto andasse bene, insomma, se tutto andasse come deve andare, sarà stupendo ricominciare a suonare live davanti al nostro pubblico».

Pensando a Milano, qual è la prima cosa che vi viene in mente?
«È una città che ci ha accolto dandoci tanto amore. Ci sentiamo a casa quando siamo lì. E, detto da chi vive a Roma, vale ancora di più».

 

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