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10. 05. 2021 06:54

Max Gazzé, il “farmacista” dell’Ariston: «Ora non mi stupirebbe un virologo al Quirinale»

Ironico e tagliente, Max Gazzè è reduce dalla sua sesta presenza festivaliera

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Ironico e tagliente, Max Gazzè è reduce dalla sua sesta presenza festivaliera. Il farmacista è il titolo della canzone proposta in gara, una sopraffina provocazione mista ad un sound incalzante.

Com’è stato tornare a Sanremo in un’annata così particolare?
«È stato senz’altro un Festival anomalo, abbiamo vissuto un po’ tutti questa condizione cercando di carpirne un po’ il senso, anche a livello emotivo. Ognuno ha svolto il proprio mestiere in maniera eccellente, consapevoli del fatto che si è trattato di una bella finestra per il mondo della musica. Mi è mancata un po’ la confusione tipica di Sanremo, ma c’era la voglia di dimostrare che le cose si possono realizzare, se fatte con criterio».

In un momento come questo, una canzone come Il farmacista può far riflettere, svagare o un po’ entrambe le cose?
«La canzone è nata prima dello stato pandemico, ma in questo momento assume un significato diverso. Il protagonista spiega, racconta e cerca di salvare il proprio amore da qualsiasi tipo di problema, come a voler trovare a tutti i costi un rimedio per tutto. In un periodo in cui tanti pensano di avere la soluzione in tasca, questo brano arriva come una pungente denuncia sociale, ma sempre con una buona dose di velata ironia. C’è tanta confusione a riguardo, non mi stupirei se un giorno un virologo diventasse capo di un partito oppure presidente della Repubblica (ride, ndr)».

Hai patito l’assenza del pubblico in sala?
«Onestamente no, ero consapevole del fatto che dall’altra parte della telecamera ci sarebbero stati milioni di italiani. Il panico da palcoscenico non l’ho mai subito, anche se mi emoziono e in qualche modo mi agito poco prima dell’esibizione. Immagino sia stato più difficile per chi il Festival lo ha dovuto presentare, per quanto mi riguarda ho avuto il grande piacere di suonare nuovamente con una vera orchestra, tutto il resto è stato superabile».

Forse, la vera difficoltà era rappresentata dal testo, un po’ impegnativo da cantare…
«In effetti Secobarbital, Stramonio e Pindololo, Dimetisterone, Norgestrel in fiale non sono proprio semplici… Ma le assonanze sono meravigliose, merito della bontà e della maestria di mio fratello Francesco, che ha firmato il brano insieme a me e Francesco De Benedittis. Una canzone per noi è un po’ come una poesia cantata, che rende il risultato finale orecchiabile, vicino quasi ad una filastrocca, proprio come era già capitato in passato con Sotto casa o Il solito sesso. Vedi, con le giuste assonanze, anche un termine come Trifluoperazina può essere cantato».

 

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