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01. 08. 2021 16:41

Nek in concerto al Carroponte: «Sempre acceso, come Milano»

Dopo due anni difficili, anche a livello personale, Nek torna con Live Acustico: «Devo tutto alla fede e alla famiglia». Appuntamento venerdì al Carroponte

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Per un artista che da sempre fa dischi per poter organizzare tour ed essere, così, a contatto con il proprio pubblico, gli ultimi due anni devono essere stati la pena peggiore possibile. Per un artista, poi, che ha anche rischiato di vedere compromessa la propria carriera a causa di un gravissimo infortunio, non immaginiamo nemmeno.

Ecco perché questa estate e le date di Live Acustico hanno un significato senza precedenti per Filippo Neviani, per tutti Nek, che venerdì riabbraccerà i fan milanesi al Carroponte di Sesto.

Dopo due anni il ritorno sul palco di Nek

È l’estate che ti eri immaginato?
«No, perché non erano scontate certe situazioni, primo fra tutte il fatto che io potessi risalire sul palco e usare la mia mano incidentata suonando uno strumento che non è una chitarra, purtroppo, ma un basso. Non era scontato proprio che potessi risalire su un palco. Per tanti non era nemmeno scontato che si riaprissero le attività e si tornasse ad una pseudo normalità. Insomma, credo sia tutto oro colato quello che stiamo vivendo oggi».

Possiamo definirla una nuova ripartenza?
«L’importante è che questo nuovo modo di vedere le cose sia un punto di partenza definitivo. Alla fine ci siamo resi conto di quanto sia importante non dare nulla per scontato: la situazione può cambiare in men che non si dica, al punto da venirci vietata la libertà. Non ci vengono concessi i saluti e i rapporti con le altre persone. Credo che questo sia il più grande disagio, soprattutto per chi fa il mio mestiere».

Qual è stato l’ultimo pensiero prima di salire sul palco di Bellaria con Live Acustico?
«Speravo che la gente potesse divertirsi. La mia preoccupazione più grande è riuscire ancora ad intrattenere, anche perché dopo un anno fermo mi sentivo di base arrugginito. Il concerto di Bellaria è stato una sorta di prova generale in cui ho cominciato nuovamente a prendere dimestichezza con il mio mondo».

nek

Che impressione ti ha fatto vedere tutte le persone con le mascherine, sedute, mentre ascoltavano la tua musica?
«Mi sono subito abituato. Ogni tanto vedevo chi abbassava la mascherina per provare a cantare: eravamo all’aperto, con tutti i protocolli di contingentamento del caso. Non aveva prezzo vedere la gente lì, sentire le canzoni intonate dal pubblico. E poi gli applausi, le urla. Insomma, delle mascherine poco mi è importato».

A cosa ti sei aggrappato maggiormente nei momenti più difficili?
«Alla fede e alla famiglia, sicuramente. Non c’è altro che io ricordi, specie nel momento dell’incidente. Conosco amici che hanno vissuto il lockdown da soli, che si sono ammalati e hanno sentito ancora più forte la solitudine. Io stato supportato in toto e mi ritengo una persona fortunata».

Ora come va con la mano?
«Non è normale affrontare questo infortunio per un musicista come me che usa la mano sinistra da trent’anni per scrivere canzoni. È una situazione difficile da gestire: questo genere di incidenti alimenta purtroppo il panico e soprattutto la paura, che è un sentimento difficile da gestire. O ti immobilizzi o scappi».

Tu hai reagito alla grande…
«Sono riuscito a fuggire, a muovermi e a non rimanere bloccato. Naturalmente ho rischiato perché quando ero in ospedale la mia mente andava ovunque, al passato, al futuro. Oggi sono un Filippo diverso con una consapevolezza diversa, con un arto che non ha le stesse potenzialità di quello destro, ma non sono certo rimasto a piangermi addosso. Sto continuamente cercando di migliorare la mia mano sinistra affinché possa recuperare nel miglior modo possibile».

La conferma che volere è potere?
«È un continuo upgrade, ma lo devi volere tu. Dev’essere la tua testa che muove anche il tuo fisico e non il contrario, altrimenti sarei rimasto bloccato nel panico».

Oggi gli album hanno ancora senso o finiremo per rendere definitive le regole del mercato che suggeriscono di uscire con tanti singoli?
«È una presa di coscienza che, con immenso rammarico, comincio ad accettare. Io sono uno nato dai dischi. Per me il disco è un’opera d’arte: racchiude tutto un sentimento, una strada che hai iniziato e che hai racchiuso in un insieme di canzoni che formano la tua traiettoria in quel periodo».

C’è meno poesia ora?
«Diciamo che l’album è come un quadro. A pensare di dover fare singoli fini a se stessi piange un po’ il cuore, ma tant’è. L’importante, alla fine dei conti, è che in ogni pezzo ci sia sempre qualcosa da dire, che ogni canzone abbia un’anima, che diventi particolare per ognuno di noi e che non finisca nel dimenticatoio».

A proposito di anima, sui social hai scritto: «Da bambini ero innamorato di te, quando eri in tv mi batteva forte il cuore». Cosa ti resterà di Raffaella Carrà?
«È stata una donna straordinaria, a parte la bellezza fisica che ha mantenuto intatta nel tempo. Non l’ho vista personalmente negli ultimi anni, ma la ricordo nelle ultime interviste: affascinante, un sorriso gigantesco, meraviglioso. Era affabile, diretta, schietta. Ti metteva sempre a tuo agio. Era una grande professionista che amava fortemente il suo lavoro. E che aveva un grande rispetto per gli altri».

Per il secondo anno condurrai la terza serata dei Seat Music Awards: come ti vedi conduttore?
«È un’esperienza bellissima. Mi hanno dato una responsabilità importante. L’anno scorso lo show fu dedicato ai lavoratori del mondo dello spettacolo, quest’anno arriviamo con una consapevolezza ancora diversa ma sempre rivolta al nostro mondo. Ci sarà uno sguardo più largo, specie sulle canzoni».

Maneskin, Madame, Sangiovanni: tre modi e stili diversi di fare musica tra giovanissimi. Quale consiglio ti senti di dare loro?
«Ci vuole tanta umiltà perché l’umiltà concede il consiglio, l’ascolto, il migliorarsi continuamente. La cosa più importante è la longevità artistica: bisogna vivere appieno il momento perché sono straordinari, ma devono viverla con la massima umiltà possibile. Ci sarà sempre qualcuno meglio di loro. Allo stesso tempo, dovranno preoccuparsi di resistere da qui a trent’anni…».

Venerdì sarai al Carroponte. Cosa ti piace di Milano?
«Intanto Milano è sempre accesa. Ed è il valore aggiunto della città. Anche Roma è grande, ma ad un certo orario la vedo più assopita. Milano sembra essere senza sosta, non solo per l’attività dei locali: mi dà la sensazione di vegliare costantemente su chi la vive. E poi è la città che frequento di più in assoluto, pur essendo io abituato a realtà più piccole. Milano ci aiuta a credere e a non mollare, mai».

Venerdì 16 luglio alle 21.00
Carroponte
Via Granelli 1, Sesto S. G. (Mi)
Biglietti: da 38 euro su ticketone.it

 

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