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22. 06. 2021 01:21

La quarantena vissuta da Paolo Jannacci: «Milano, risorgerai»

«Il vero milanese si veste della qualità di essere sempre sul pezzo, stoico in quello che vuole fare»

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Sanremo sembra lontanissimo. Paolo Jannacci, al debutto come cantautore con l’album Canterò, è stato tra i protagonisti dell’ultima kermesse con il brano Voglio parlarti adesso, una dedica di un padre alla figlia nella difficile consapevolezza di un allontanamento sempre più vicino. Allontanamento. Ora che il distanziamento sociale ci ha resi tutti più fragili.

 

 

Paolo Jannacci, l’intervista

Paolo, come stai vivendo questo delicato periodo?
«Il mio rifugio è sempre stato il potere della musica strumentale. La sua funzione di chiarificazione della mente dona una spinta in più, io stesso passo la maggior parte delle giornate al pianoforte».

Rivedi qualche parallelismo con i racconti della Milano di tuo padre?
«L’unico parallelismo che ritrovo è il senso di paura e di perdita che mio padre mi raccontava, nella solidarietà che sbocciava tra le persone, conseguenze dell’inevitabile senso di smarrimento che si viveva. Milano è stata costruita e vissuta da persone che l’hanno abitata in maniera semplice, dotate di mezzi meno strutturati rispetto ai nostri. Forse questo ci ha permesso di essere pronti a risolvere i problemi. Spesso ci facciamo spaventare dalle sciocchezze senza arrivare al nucleo della questione, bisognerebbe avere una prontezza di spirito alla Pertini, ad esempio, un modo puro di affrontare le problematiche della vita».

La città come credi reagirà?
«Reagirà in maniera importante, abbiamo la fortuna di avere dei grandi ricercatori. Magari lo faremo con il broncio o il mugugno tipico del milanese che pensa così di ovviare e mutare le avversità, ma sono fiducioso».

Esiste ancora la milanesità?
«Il vero milanese si veste della qualità di essere sempre sul pezzo, stoico in quello che vuole fare. Ma oggi i milanesi sono diventati anche pugliesi, calabresi e campani: insieme hanno creato un’altra Milano, in grado di offrire una prima e seconda occasione. Il vero milanese sta scomparendo, del resto anche la mia famiglia aveva origini sparse tra Como, Bisceglie e la Polonia».

Cosa ti ha lasciato l’esperienza sanremese?
«L’ho vissuta in maniera più professionale ed entusiastica possibile. Non nascondo la grande emozione che tutta la macchina del Festival suscita ed il senso di responsabilità che si sente alla vigilia. Posso dire di averla vissuta con il sorriso, nonostante tutto».

Ovvero?
«Di certo non ho avuto molte pacche sulle spalle da parte della stampa: hanno evidenziato il fatto che dovessi portare al Festival qualcosa “alla Jannacci”, ma molti si dimenticano che è stata, pur sempre, la mia prima esperienza».

Un consiglio sulla musica da ascoltare.
«Starei sulle più semplici gioie che l’ascolto di una buona musica può dare: il duo piano e tromba composto da Oscar Peterson e Clark Terry registrato nel 1975».

La prima cosa che farai a quarantena conclusa?
«Penserei ad un gesto simbolico per riappropriarmi della mia città: rivedere i miei amici e conoscenti per buttare fuori tutta l’ansia e la preoccupazione del momento».

Ti riapproprierai anche del tuo quartiere?
«Vivo da tempo in zona Città Studi, un quartiere “macchinoso” come direbbe con una battuta mio padre, letteralmente pieno di macchine, difficile da vivere liberamente a piedi. Quelle due volte che sono sceso a fare la spesa nei dintorni, sono riuscito a godere di alcune sue sfumature che prima non vedevo. Mi sono ripromesso di fare una serie di grandi camminate per la città, appena sarà possibile, per riscoprirla nei suoi angoli nascosti».

paolo jannacci
paolo jannacci

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