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18. 05. 2022 02:13

Rkomi “Insuperabile” a Sanremo: «Milano, il mio cuore è tuo. Ma quanto cuore hai tu»

Alla «costante ricerca di nuovi mondi» il cantautore e rapper milanese sbarca sul palco dell'Ariston

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Da Calvairate all’Ariston dopo i numeri (da record) di Taxi Driver. Eppure Insuperabile, il brano in gara a Sanremo, è un nuovo inizio. Poco prima del Festival, infatti, Rkomi ha rilasciato otto nuove tracce. «Sono un’estensione di Taxi Driver più che un repack», racconta a Mi-Tomorrow. E Insuperabile è il «riassunto» con cui termina definitivamente una parentesi. Cosa verrà dopo Rkomi, per il momento, è solo una «costante ricerca di nuovi mondi».

La Milano-Sanremo è pane per Rkomi

Aspettavamo Insuperabile e hai fatto uscire nuovi brani.
«Ero un po’ in ansia, sai? Abbiamo deciso di uscire giusto per aggiungere un po’ di adrenalina».

Il taxi, quindi, è rimasto a bruciare?
«Più o meno. Insuperabile è, di fatto, un riassunto di Taxi Driver. Un riassunto di tutti questi anni. Credo che mi rappresenti il fatto di toccare mondi spesso differenti tra loro, pur trovando sempre un fil rouge. O almeno ci ho sempre provato. Taxi Driver è stato il disco per eccellenza, ha trovato un posto tutto suo nel panorama musicale. Insuperabile è tutto questo. Ha un riff che ricorda il rock e un ritornello melodico palesemente pop. Dentro c’è anche un po’ di elettronica e tutto ciò che mi porto appresso da questi anni. È tanta roba, perché ho iniziato un corso di pianoforte e sto iniziando percorsi nuovi e più scenici. Rappresenta tanti mondi insieme».

Si è parlato tanto di rock, ma c’è un’evoluzione artistica e umana.
«È vero. Più che rock è amore per la musica suonata. Ed è un amore che arriva dalla vita, dalla mia caratteristica di voler sempre trovare qualcosa di nuovo. Non da fare, ma da vivere. Questo ti porta ad abbracciare musicalmente nuovi mondi, perché la musica in fondo è una nostra estensione. Fondamentale è stato il pianoforte, perché da lì ho iniziato a capire qualcosa di teoria. E quando ne sai di più, si vede anche in studio».

Ma quanto rock c’è nella musica di Rkomi, oggi?
«Il rock c’è soprattutto nelle versioni live, perché sto ascoltando tanto e quasi solo questo genere. È però una mia visione del rock, non potrei mai essere una cosa sola. Non ci sarà mai nella mia musica una linea specifica. Mi piace di più sposare tanti mondi».

E nella serata delle cover porti Vasco con i Calibro 35.
«Non è stato facile perché le cover italiane le canto, ma in doccia. Non le porto sul palco, figurarsi quello di Sanremo. Ho scelto Vasco perché, insieme ai rapper, è l’artista che mi ha fatto compagnia quando ero piccolo. È l’unico che mi ha preso da subito. I Calibro 35 credo siano la band italiana per eccellenza e per me non era neanche così scontato che accettassero. Per fortuna è andata bene».

Tra i nuovi brani c’è anche Maleducata con Dargen D’Amico, tuo collega di palco in questi giorni.
«Maleducata è nata proprio tornando insieme a Dargen da Sanremo Giovani. Eravamo nello stesso van e, invece di metterci a chiacchierare, ci siamo messi ad ascoltare insieme le produzioni che avevamo nelle nostre cartelle. E così è venuto fuori questo brano. Anche qui il viaggio è stato importante per me: in questo caso ha rappresentato la nascita di qualcosa».

Anche Sanremo sembra per te più la tappa di un viaggio che una meta.
«Ho scoperto Sanremo e gli ho dato valore solo dopo l’uscita del mio primo album. Prima ero semplicemente una persona diversa, per il mio trascorso e le mie decisioni. A 18 anni vivevo già da solo, lavoravo. Non riuscivo a vivere un tempo più leggero. Avevo deciso di bruciare le tappe e sentirmi un ometto, magari prima del dovuto. Non avevo una famiglia che celebrava il Festival. Ci sono arrivato dopo. E ne sono molto contento».

E oggi cosa significa quel palco?
«Oggi sono consapevole della sua potenza. È un’esperienza totalmente nuova per me. La prima ragione che mi ha spinto a propormi è la presenza dell’orchestra. La seconda, anche se non me ne importa molto, è l’idea di un palco nuovo guidato dai tempi televisivi. Li trovo affascinanti. Ho quattro minuti a serata, non un mio spazio di un’ora e mezza di concerto. Di solito nei live riesco a scaldarmi e a tirare fuori le mie tante personalità, così chi mi ascolta impara a conoscermi. Qui è un lavoro diverso e più difficile perché non sono una cosa sola. È la sfida più grande e più affascinante. Ma perché non devo mettermi alla prova?».

Sei tante cose, ma Milano è un po’ una costante.
«Milano per me è tutto. E non sono legato solo al quartiere popolare dove sono cresciuto. Però è anche vero che arrivo da lì e per me è impossibile lasciarlo».

Non hai, quindi, una zona preferita o che frequenti di più?
«Amo tutta Milano, è difficile per me scegliere una sola zona. Del resto ho sempre avuto molto interesse nel conoscermi e non c’è modo migliore di farlo che conoscendo anche ciò che incontro».

Nel frattempo frequenti molto la palestra di Corvetto che hai aiutato a fondare.
«Ci provo, a modo mio. È il gruppo di persone ad essere forte e tutto nasce dall’amore per il Muay Thai. Anni fa trovai per puro caso questa palestra e mi appassionai. Non tanto per la disciplina in sé, quanto per la filosofia della palestra: è molto spirituale e psicologica, solo dopo arriva l’aspetto più atletico e fisico. Questo gruppo di persone la pensa come me, solo che eravamo costretti a cambiare palestra ogni due anni per l’affitto. Così abbiamo deciso di tirare su i soldini che servivano e creare ciò che serviva a questo posto».

Come mai Corvetto?
«Molti soci sono di quella zona. Abbiamo trovato il posto più adatto e ora è un centro di cultura e sport. Un’associazione non a scopo di lucro. Vuole essere tante cose. Ci sono corsi di yoga, ma anche un centro massaggi. Ci sono una sala con la PlayStation e le librerie. Abbiamo una valanga di letture, ci si può abbonare e venire semplicemente a leggere un libro. Ma sottolineo che è il gruppo a essere forte e a volersi bene. E questa cosa si percepisce subito».

Credi che Milano abbia bisogno di centri di aggregazione simile?
«Credo che serva più cuore. In qualunque zona di Milano. Anche in centro. Penso a PlayMore! a Moscova che trovo interessantissimo. Le persone che lo gestiscono hanno un cuore enorme. Quello che serve sempre nel mondo e nella vita è l’amore verso qualcosa. È chiaro che in alcuni quartieri è più difficile trovare fotografie ed esempi simili, ma solo perché sono più difficili da far sopravvivere. Io ho trovato tanto cuore e per me è motivo di vanto. Nei quartieri popolari in cui sono cresciuto la famiglia è un concetto allargato. Ma il mio cuore viene da lì».

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