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07. 12. 2022 12:04

Triennale Milano, parte la 23ª Esposizione Internazionale: mostre, installazioni e progetti dedicati

Oggi l'apertura al pubblico: eventi dedicati fino a dicembre a indagare e riflettere sui mondi sconosciuti. Da più prospettive e con molta bellezza

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Quante cose non sappiamo di non sapere? Nemmeno ce lo immaginiamo, appunto. Ecco perché è così affascinante considerare nuovi approcci di pensiero e farci un viaggio dentro. Succederà con la 23ª Esposizione Internazionale di Triennale Milano, che apre oggi al pubblico per proseguire con una girandola di eventi fino al prossimo 11 dicembre.

Il titolo, Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries, punta dritto al tema. Mostre, installazioni, padiglioni e progetti speciali, esploreranno l’ignoto che ignoriamo, affacciandosi sulla sua vastità: tra l’infinitesimo piccolo e l’infinitesimo grande, l’invisibile, l’impalpabile, sulla Terra, introno a noi, e nelle vastità extra planetarie. Ciò che non conosciamo, soprattutto, ciò che non abbiamo idea di non conoscere, declinerà un lungo racconto collettivo. Un coro di tante voci diverse, appartenenti a più discipline, che promette una stimolante varietà di punti di vista.

Per dare vita a un confronto interdisciplinare, a un dialogo e allo scambio da più prospettive sono stati coinvolti artisti, designer, architetti, curatori, scuole e collettivi, ma anche istituzioni culturali, musei e istituti di ricerca provenienti da tutto il mondo. In linea con la tradizione delle Esposizioni Internazionali di Triennale, la 23ª edizione include una mostra tematica e una sezione dedicata alle partecipazioni internazionali, che a questo giro ha un focus particolare sull’Africa.

Non finisce qui. Oltre all’epicentro della manifestazione, la mostra tematica Unknown Unknowns, curata da Ersilia Vaudo, con oltre 100 opere, progetti e installazioni di artisti, ricercatori e designer internazionali, il programma prevede altre due esposizioni: Mondo Reale, ideata da Hervé Chandès, Direttore Artistico Generale della Fondation Cartier pour l’art contemporain, e La Tradizione del Nuovo, curata da Marco Sammicheli, Direttore del Museo del Design Italiano di Triennale.

Presenti all’appello anche installazioni e progetti speciali firmati da tanti nomi del panorama culturale italiano: dagli storici dell’arte Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, al musicista e scrittore Francesco Bianconi, dal filosofo Emanuele Coccia al maestro dell’architettura e del design Andrea Branzi (solo per citarne alcuni). Fiore all’occhiello, la partecipazione di Francis Kéré. L’architetto premiato con il Pritzker Architecture Prize 2022 ha realizzato quattro installazioni sulle immagini e le voci del continente africano, che scandiscono il percorso di visita, dall’esterno all’interno di Triennale.

Triennale, il saluto di Stefano Boeri: «Scegliamo la strada dell’empatia»

Chiedersi “cosa non sappiamo di non sapere” può sembrare un esercizio futile, persino ridicolo. Eppure basta prendere per un momento distanza dai ritmi ripetitivi della vita quotidiana e riflettere su quanto è accaduto in questa prima parte di millennio, per capire che la domanda non è retorica. In pochi anni l’umanità ha vissuto quattro grandi sconvolgimenti: l’attacco alle torri gemelle nel 2001, la crisi finanziaria nel 2008, la pandemia nel 2020 e la guerra in Ucraina del 2022.

Quattro shock globali, ciascuno diverso nelle origini e negli effetti, eppure in qualche modo interrelato agli altri. Terrorismo integralista, crollo dei mercati finanziari, pandemia, guerre tra popoli sono infatti modalità diverse ed estreme attraverso cui potremmo leggere l’emergere ormai ineludibile e in continua accelerazione di una grande domanda circa il futuro della specie umana, circa il senso stesso del nostro essere al mondo, di abitare un piccolo pianeta ruotante attorno ad una stella che costituisce solo un granello irrilevante nell’infinito sistema delle galassie.

La domanda emergente – a cui discipline diverse cercano di dare risposta – è se sia ancora possibile pensarci come specie vivente capace di stare al mondo a partire da un principio di distanziazione cognitiva e culturale dal mondo stesso. Se sia ancora lecito concepirci come specie egemone perché capace di stabilire un principio di distanza e alterità rispetto al resto dei fenomeni vitali. Se sia possibile continuare ad esercitare quel presupposto di “dualismo” tra umano e non-umano, tra cultura e natura, tra tecnologie umane e fenomeni naturali, tra ambiente antropico e ambienti naturali, che in Occidente ha accompagnato lo sviluppo della conoscenza umana, per secoli.

La risposta che Triennale offre, grazie a Unknown Unknowns, è che le quattro crisi globali di questo millennio possono essere interpretate come quattro drammatici inviti a superare il dualismo di secoli di evoluzione della conoscenza umana. La verità è che proprio l’erosione dei dualismi, del dualismo tra umano e non-umano inteso come presupposto concettuale del nostro essere al mondo, ha avuto e sta avendo un immediato riscontro nell’estensione della sfera dell’ignoto, di quanto non sappiamo, non mappiamo, non controlliamo. Un contraccolpo radicale, che ha il tono e la potenza di una nuova prospettiva sul mondo.

La grande e plurale costellazione di esposizioni, installazioni ed eventi che – grazie alla 23sima Expo – abiterà gli spazi della Triennale di Milano nei prossimi mesi, non ha l’ambizione di conquistare gradualmente – come in un campo di battaglia – il territorio sconosciuto dell’ignoto, ma piuttosto di esplorarlo con l’attitudine di un flâneur. Di chi, consapevole della miscellanea di soggetti ed enti che scorrono nel mondo e dunque anche in noi stessi, sceglie in primo luogo la sfida dell’empatia: quella capacità – questa sì totalmente ed esclusivamente umana – di mettersi negli occhi delle altre specie, degli altri soggetti viventi e di mappare, da queste variegate angolature, i bordi dell’ignoto contemporaneo. Quello che non sappiamo di non sapere non è la constatazione di un limite, ma la percezione di una forma di conoscenza che rispetta l’ignoto, a volte abbracciandolo, a volte attraversandolo, a volte scansandolo. Ma sempre accettandolo come presenza costante della vita.

Triennale, parla Ersilia Vaudo: «Stupore, poesia e il filo rosso della matematica»

Sono queste le coordinate per viaggiare tra i mondi ignoti in Triennale, come ci spiega la curatrice della mostra tematica Unknown Unknowns, Ersilia Vaudo, astrofisica e chief diversity officer dell’Agenzia Spaziale Europea.

Da dove nasce il tema dell’ignoto scelto per Unknown Unknowns?
«Nel marzo 2020 sono stata invitata dal presidente Boeri a un simposio con vari esperti dedicato a raccogliere suggestioni e spunti sul tema della 23ª Esposizione Internazionale. In quella discussione è emerso che conosciamo solo il 5% dell’Universo, dei fondali degli oceani o delle connessioni neuronali. Emergeva quindi la dimensione di un ignoto: un immenso 95% con cui ci confrontiamo, una cifra che è già totalità. La crisi pandemica ci ha inoltre reso consapevoli che pensavamo di essere in controllo almeno del futuro prossimo e invece lo sconosciuto ci ha travolti. Così è nata l’idea di fare un’esposizione dedicata a questo tema, a ciò che non sappiamo di non sapere. L’ignoto, non come antagonista, ma piuttosto come una dimensione da vivere, un’occasione di stupore difronte alla vastità di ciò che ci sfugge«

Il “non” sapere di non sapere, come recita il titolo della mostra, suona ancora più inquietante…
«Potrebbe in qualche modo implicare una sorta di rassegnazione o addirittura di indifferenza: beh, se non so di non sapere, perché occuparmene? Però secondo me c’è un filo che è presente in mostra e che ci lega a ciò che non sappiamo di non sapere ed è la matematica. Questa scienza ci ha saputo consegnare in tante occasioni delle realtà inimmaginate e inimmaginabili. Per esempio, dalla famosa equazione di Dirac venne fuori l’esistenza dell’antimateria prima ancora che fosse immaginata. L’antimateria fu infatti osservata tre anni dopo. Ci sono tanti esempi di questo linguaggio che quasi ci prescinde, ma che è un ponte con quello che non sappiamo di non sapere».

Quindi il messaggio è positivo, cioè non sappiamo di non sapere, ma dall’ignoto arriva qualcosa che non sapevamo che ci fosse e che ci permette di conoscere?
«Sì. E che possiamo recepire. Siamo un nulla, una scintilla in un universo indifferente che ci contiene, però siamo qui con questa capacità di farci domande e cercare risposte, quindi è proprio l’interrogare, l’interrogarsi e anche mantenere una prospettiva aperta di stupore, se non addirittura di poesia, che in qualche modo è una promessa di salvezza e anche un privilegio».

Qual è il taglio narrativo della mostra?
«Il vivere lo sconosciuto non come una dimensione antagonista o stereotipata di buio/luce vuoto/pieno, ma come una dimensione da abitare con l’emozione di una prospettiva che si allarga e di qualcosa di nuovo che entra. Il tema dell’ignoto è soprattutto una questione dello sguardo che si ha su di esso. Ho quindi voluto creare una coralità interdisciplinare, chiamando a partecipare artisti, ricercatori, architetti, designer che si confrontano sull’argomento».

Non pensa che il tema sia un po’ difficile per un pubblico eterogeneo?
«Non è affrontato in modo distopico o scientifico. L’accessibilità viene dall’aver messo insieme una molteplicità di sguardi e di interpretazioni. Lo sconosciuto non è raccontato con immagini complicate, ma attraverso suggestioni. Portando il visitatore dentro storie che contengono momenti di meraviglia e di comprensione di cose nuove. Non c’è stata alcuna volontà dogmatica, bensì, al contrario, di accoglienza e di chiarezza dell’esposizione dei contenuti. L’obiettivo è sollecitare una curiosità, un’apertura. Un’appartenenza più grande rispetto a quello di cui abbiamo esperienza».

Qual è il messaggio chiave?
«Non rimanere nella zona di comfort della nostra esperienza e volersi sentire parte di qualcosa di più grande. Quindi la voglia anche leggera e gioiosa di aprirsi ad altre prospettive».

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