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22. 05. 2022 19:34

Virginia Raffaele presenta Samusà: «Serve evasione, il teatro è la chiave»

Al Lirico Giorgio Gaber arriva Samusà e un’inedita Virginia Raffaele alle prese con i ricordi d'infanzia: «Conosco bene la solitudine, ne ho sofferto molto. È anche per questo motivo che ho creato i miei personaggi: per non sentirmi sola»

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Dopo la brusca interruzione dovuta alla pandemia che ha bloccato la partenza del tour proprio all’inizio del 2020, Virginia Raffaele torna alla dimensione teatrale con Samusà, il suo one-woman-show in scena al Teatro Lirico Giorgio Gaber da domani e fino a domenica 13 febbraio, con la regia di Federico Tiezzi.

Virginia Raffaele a teatro con Samusà

Quale Virginia interpreti in Samusà?
«Quella legata ai ricordi di infanzia, di quel mondo fantastico in cui è ambientata la mia infanzia reale. Cercherò di far divertire ed emozionare il pubblico partendo dal mio mondo interiore legato all’infanzia, anche per farmi conoscere meglio».

C’è anche il luna park legato profondamente alla tua vena artistica.
«Ci sono nata e cresciuta, ci sono entrata che avevo sette mesi e l’ho lasciato a 25 anni. Il LunEur di Roma, fondato dai miei nonni negli anni ’50, mi ha fatto da scuola, è qui che ho imparato a rapportarmi con il pubblico».

Cosa ti ha trasmesso?
«Tutta l’arte che oggi mi scorre nelle vene. Mia nonna Ornella era acrobata cavallerizza, sono cresciuta con la sua figura accanto, il suo mondo si è fuso inevitabilmente con il mio. Facevo i compiti sulla nave pirata, cenavo caricando i fucili, il primo bacio l’ho dato dietro il bruco mela. Poi il parco ha chiuso, le giostre sono scappate e le mie attrazioni le ho cercate nel pubblico».

E le hai trovate?
«Il fatto di raccontarmi in maniera così aperta è un grande impegno. Lo faccio con uno spettacolo scritto e cucito addosso a me, un varietà dentro un luna park in cui sarò più una giostraia di strada che una circense: passerò da un profondo monologo all’interpretazione di caricature e di canzoni, proponendo tutte le mie sfumature artistiche».

Difatti, in scena, ci saranno anche una serie di schizzi che portano la tua firma.
«Sono tutte creazioni prodotte in periodo di quarantena. Sono quadri e disegni che raccontano molto di me, tra questi ci sono anche delle fedeli riproduzioni delle giostre dell’LunEur – che riconosceranno chi ci è stato – e mi piace pensare una cosa…».

Che cosa?
«Che questi schizzi rappresentino quasi un album di famiglia, che racchiudo in una mostra personale sul mio mondo passato. È stato bello poter agire anche materialmente sullo spettacolo».

Lo show sarebbe dovuto andare in scena nel 2020. Pensi di raccontare una Virginia cambiata, inevitabilmente, da due anni di stop?
«Non abbiamo cambiato nulla della scrittura originale pensata insieme agli autori Giovanni Todescan, Francesco Freyrie, Daniele Prato e Federico Tiezzi. A cambiare, probabilmente, è la percezione che il pubblico ha, oggi, di uno spettacolo teatrale».

Ovvero?
«È cambiato il tipo di bisogno. A causa di questo momento così difficile, il pubblico ha un estremo bisogno di evasione e, per averlo, lo chiede a noi teatranti. Per fortuna abbiamo la possibilità di farlo ancora».

Per questo tornare in teatro, ora, è diverso?
«La voglia di contatto con il pubblico non cambia, anche se è triste non potersi scambiare un sorriso a causa delle mascherine. Non poter vedere l’espressione in viso di chi ti ascolta non è facile, ormai è un viaggio di immaginazione. L’unica chiave di lettura sono gli occhi: da quelli capisco molte cose».

Quale aspetto della comicità pensi sia in grado di aiutare la sempre più presente solitudine del pubblico?
«È inevitabile che ci si senta abbandonati in questo momento storico. Il teatro è stato messo troppo in disparte, non si è sentito abbastanza importante in questi due anni. Bisognerebbe ricordarsi della forza che due ore di spettacolo sono in grado di dare a chiunque: ricevo spesso messaggi su Instagram da parte di chi mi ringrazia per avergli permesso di staccare la spina. Questo è molto gratificante. Conosco bene la solitudine, ne ho sofferto molto. È anche per questo motivo che ho creato i miei personaggi: per non sentirmi sola».

Ora sei a Milano, cosa vuol dire per una romana di razza?
«Vivo Milano come la canzone di Lucio Dalla: la vedo internazionale, avanti a Roma per diversi aspetti, anche se spesso mi sento un po’ come Totò e Peppino scesi alla stazione o in mezzo a piazza Duomo. Ci ho lavorato molto, ho passato diverso tempo tra corso Sempione e Milano Due, sia per Rai che per Mediaset, ma ho trovato meravigliose anche zone come Brera e piazza Castello. Imparerò a conoscerla meglio».

Un ricordo speciale ti lega a questa città è quello con Carla Fracci.
«Nell’aprile del 2016 è venuta a vedermi in scena al Nuovo. Quando incontri Carla Fracci abbracci l’imponenza della sua storia. Pensi a lei e ti viene in mente la grandezza della sua immagine, ma nel momento in cui la incontri ti confronto con una piccola figura esile, simile ad una bambina, meravigliosa nel suo candore. Poterla incontrare è stato un regalo della vita, figuriamoci farci insieme il Da-da-un-pa delle Kessler».

Cosa ti ha colpito di più di lei?
«La sua autoironia, sintomo di grande intelligenza. Un giorno mi raccontò che Charlie Chaplin le disse: “Quando sei imitata vuol dire che sei veramente grande”. E aveva ragione».

Hai seguito l’ultimo Festival di Sanremo?
«Purtroppo no essendo in scena, ma sono felice del successo che ha riscosso».

Lo hai vissuto sia da conduttrice che da co-conduttrice. Il fatto che si sia tornati ad una co-conduzione a giro, sera dopo sera, è un passo indietro per quel ruolo?
«Non credo. A Sanremo mi è capitato di interpretare quattro donne diverse ma anche me stessa, ho avuto la possibilità di portare in scena una moltitudine di donne in antitesi fra loro. Tutto è relativo, anche perché l’immagine della valletta è stereotipata. Ormai, finalmente, non esiste più».

Domani, giovedì, venerdì, sabato alle 20.45 e domenica alle 16.00
Teatro Lirico Giorgio Gaber
Via Larga, 14
Biglietti: da 34 euro su ticketone.it

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