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15. 04. 2021 07:09

Il paradosso di Milano: immobili troppo cari e case popolari sfitte

Resta sul tavolo il recupero delle case popolari sfitte, ma anche quelle private

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L’amministrazione comunale all’inizio del mandato si poneva l’obiettivo di risolvere il problema delle case popolari sfitte, quasi uno scandalo in considerazione della domanda di alloggi in città.

A fine mandato, dopo avere investito 120 milioni di euro, si è quasi centrato il traguardo ma c’è ancora da fare. A Milano le case sono troppo care e la crisi determinata dal Covid ha reso più grave questa situazione: sarà il tema della prossima giunta che magari dovrà pensare a come mettere sul mercato gli alloggi sfitti privati.

Simonetta D’Amico: «Serve aiuto da Regione e Governo»

La gestione di Mm, il rapporto non sempre facile con Aler, la fame di alloggi che non si riesce mai a saziare. Simonetta D’Amico, presidente della commissione Casa di Palazzo Marino, spiega a Mi-Tomorrow qual è stata la risposta del Comune.

Partiamo dalle persone in lista d’attesa per un alloggio: quanti sono?
«Alla data del 31 dicembre scorso sono 11mila, gli alloggi vengono forniti da Comune e Aler».

Come affrontate questa domanda?
«Intanto bisogna ricordarsi che un terzo dei richiedenti non ha i requisiti, a volte anche per soli 100 euro di reddito. Il comune di Milano ha effettuato investimenti per il riatto degli alloggi sfitti, entro l’anno contiamo di recuperare 3mila alloggi, resta quindi un fabbisogno di 7mila».

Come giudica l’operato di MM?
«In questi anni ha lavorato per rimettere ordine nel patrimonio dell’Erp, in particolare sui conti. Direi che dovrebbe impegnarsi di più nel trasmettere le informazioni agli inquilini».

Milano ha bisogno di maggiore edilizia sociale, come si può realizzare?
«Solo con l’intervento del governo e della regione: io ho proposto che l’1 per cento del bilancio regionale sia messo a disposizione della casa».

I rapporti con la Regione non sono buoni…
«Abbiamo avuto non poche difficoltà cito solo le due sentenze della Corte costituzionale che intervengono su leggi regionali importanti: è stata decisa l’illegittimità dei 5 anni di residenza come requisito per accedere alle case popolari e della richiesta dei certificati sui patrimoni degli stranieri in quanto nei paesi d’origine non hanno il catasto».

Quali sono le riforme più urgenti per migliorare la vita nelle case Erp?
«In primo luogo è importante che tutti i caseggiati abbiano un custode».

Secondo?
«Bisogna incentivare l’autogestione, i comitati degli inquilini sono importanti in questo momento per il contrasto al covid, ad esempio occupandosi della prenotazione dei vaccini. A parte questo momento particolare, dove gli inquilini sono organizzati la vita ne guadagna la vita di comunità, ho avuto modo di partecipare a tante attività culturali e sociali di qualità».

Matteo Forte: «Stop alla battaglia contro Aler»

E’ critico sulle scelte del passato ma giudica positivo l’operato dell’assessore alla Casa Rabaiotti. Per Matteo Forte, consigliere comunale di Milano Popolare, solo un più convinto piano di welfare può aggredire alla radice il problema abitativo in città.

Cosa non la convince delle politiche di questa amministrazione?
«C’è un peccato originale che consiste nell’avere voluto separare, nello scorso mandato, le case del Comune che sono 28mila da quelle dell’Aler che sono 60 mila. Si è creato un doppio canale perché le case comunali sono affidate a una società qualificata come Mm».

Sta dicendo che si sono creati cittadini di serie A e di serie B?
«Di fatto è così, in città ci sono 60mila alloggi ignorati dal Comune. Esiste poi anche un problema politico».

Quale?
«Il Comune usa le case Erp per fare una battaglia contro l’Aler, questo atteggiamento emerge sempre in ogni occasione».

Veniamo alle politiche più recenti.
«Considero Rabaiotti un bravo assessore e le sue idee condivisibili, il problema è che non sono le stesse di tanti altri di questa amministrazione. L’idea di Rabaiotti è che non si sta a vita nell’edilizia popolare che è uno strumento di welfare».

Quindi quando finisce il momento di difficoltà si deve lasciare la casa popolare?
«Sì ma per arrivare a questo esito si deve costruire una sintesi di welfare dove c’è la casa, la possibilità di lavorare, il sostegno alla famiglia, al reddito, la lotta alla dispersione scolastica e tante altre cose».

Resta il fatto che oggi, nonostante il covid, il prezzo delle case è altissimo.
«La Fondazione welfare Milano ha fotografato questa situazione: il ceto medio è troppo ricco per l’edilizia popolare e troppo povero per il mercato. Allora bisogna mettere in campo gli strumenti che ho citato per evitare che il ceto medio continui ad essere espulso dalla città. Altra leva da utilizzare è l’urbanistica, perché non pensare ad un’Imu più bassa per chi mette gli immobili a canone basso?».

 

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