E’ vero amore quello che gli artisti stanno sviluppando per Milano, in particolare i fotografi che offrono una visione totale di quello che è e sta diventando la città. Una nuova visione ci è regalata da Elena Galimberti con la mostra che si inaugura domani alla Società Umanitaria (via San Barnaba 48) dal titolo ON MY MI(LA)ND, curata da Federicapaola Capecchi e aperta fino a venerdì prossimo, dalle 9.00 alle 19.00.

Si tratta di una selezione di scatti che divengono un racconto del quotidiano in città, dei suoi monumenti e degli attimi sfuggenti di vita dei suoi abitanti: dal ritratto all’architettura, alla pozzanghera che riflette un’immagine, ma anche una figura seduta a sorseggiare il caffè al bar o due amanti che si baciano. «Ogni luogo può essere una nuova scoperta», racconta l’artista a Mi-Tomorrow.

Chi è Elena Galimberti?
«Il mio percorso inizia da una formazione nel campo dell’architettura, ho lavorato per molti anni a Lisbona, in Portogallo, come architetto paesaggista. Al rientro in Italia ho sviluppato la passione per la fotografia che mi ha accompagnato nella riscoperta della città».

Che cosa ti piace?
«Amo cercare la bellezza che esiste ovunque, non solo nei luoghi più conosciuti, partendo dalle emozioni e dalla bellezza che ricerco dentro me stessa. Nel tempo, è diventata fondamentale la condivisione di questa bellezza, per trasmettere un messaggio di positività ed essere lo sguardo di chi è chiuso in quattro mura per tutto il giorno. Racconto la città, la sua evoluzione e il suo quotidiano. Gli eventi che la animano e le persone e le associazioni che ogni giorno instancabilmente contribuiscono a prendersene cura».

Qual è il soggetto che prediligi ritrarre?
«Sicuramente Milano. La mia formazione di architetto mi porta ad avere uno sguardo rivolto alla connessione tra edifici, spazi pubblici e abitanti. La città è un organismo che vive, si sviluppa e respira in questa relazione. Cerco la bellezza nell’ordinario svolgersi della vita di tutti i giorni, nei percorsi delle strade, dei mezzi pubblici, degli eventi e della vita della città stessa».

Cosa esponi all’Umanitaria?
«Alcune delle fotografie che ritraggono gli angoli della città. Attraverso il filo rosso della mia mente, dei miei sogni e del mio sguardo racconto la mia Milano. Sono fotografie dove traspare la vita degli spazi in cui mi muovo e i momenti che mi emozionano e con cui a mia volta vorrei far emozionare gli altri regalando la bellezza che incontro ogni giorno».

Quindi una storia su Milano o sui milanesi?
«Entrambe perché la città esiste in quanto ambiente vitale per i suoi abitanti. Le persone formano e trasformano la città e i suoi spazi con il loro modo di viverla. Il mio sguardo è sempre rivolto al futuro ma in stretta connessione con il passato e soprattutto con il presente. Movimento e fluidità da sempre caratterizzano Milano, il suo sapere essere un mix attrattivo di culture e innovazione, il suo essere accogliente e attiva. Ogni quartiere, ogni strada è una diversa piccola anima di Milano e insieme formano il suo cuore pulsante. Scoprire queste anime e restituirle attraverso lo sguardo è la base del mio racconto».

Vai alla ricerca di un soggetto preciso o gli scatti sono attimi catturati?
«Solitamente sono attimi catturati. In alcuni casi, come i racconti dei parchi o i due progetti di Milano vestita d’agosto e Milano vestita di pioggia, allora sì vado alla ricerca di luoghi e momenti specifici. E’ più un fotografare nel caos a caso, come mi piace definire il mio muovermi per la città. Ogni giorno posso trovarmi in periferie diverse o in palazzi del centro e ogni giorno il mio sguardo è catturato dalla bellezza di quel momento e di quel luogo».